martedì 22 gennaio 2008

CHI SI BEVE LA PUBBLICITA'? Osservazioni sulla campagna contro la pubblicità dell'acqua in bottiglia

La quinta edizione del Buy Nothing Day Contest premia quest'anno la miglior anti-pubblicità dell’acqua minerale in bottiglia e la miglior etichetta per imbottigliare l’acqua del rubinetto, nell'ambito di “Fa’ la cosa giusta!” (http://www.falacosagiusta.org/ ), fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili. I sostenitori dell'iniziativa hanno avviato una petizione finalizzata a "mettere fuori legge" la pubblicità dell'acqua in bottiglia, con le seguenti motivazioni:

  1. Una prima ambientale: l'Italia è la nazione con il maggior consumo di acqua in bottiglia, con conseguente inquinamento dato dallo spostamento dei mezzi di trasporto e dalla quantità di plastica prodotta, quando l'acqua sarebbe disponibile in ogni casa dal rubinetto;
  2. Una seconda motivazione afferma che le aziende venditrici di acqua in bottiglia spendono, secondo i dati forniti dai sostenitori dell'iniziativa, 360 milioni di euro in pubblicità, senza, come affermano i sostenitori dell'iniziativa, "pagare alcun canone per la quantità di acqua effettivamente prelevata e imbottigliata, ma solo un “canone di coltivazione”, in pratica l’affitto del terreno all’interno del quale si estrae l’acqua, quindi facendo "affari d’oro sulla dabbenaggine dei nostri consumi"

In merito alle posizioni che hanno portato all'iniziativa, facciamo qualche osservazione.

  1. Appare discutibile che la pubblicità, per quanto persuasiva e martellante, possa apparire come "costrizione", nè come l'unica causa del consumo massiccio di acqua in bottiglia, come affermato: "oggi, subiamo un bombardamento da 380 milioni di euro all'anno per essere costretti a bere acqua in bottiglia. Altrimenti nessuno la berrebbe. In assenza di condizionamento quale persona di buon senso opterebbe per una scelta tanto insicura, dispendiosa e inquinante?" Acquistare acqua in bottiglia, in un società fondata sul libero mercato, è una scelta, pur condizionata, ma lo è come bere acqua di rubinetto o solo birra. Ma è una scelta più dispensiosa in termini ambientali, sostiene l'iniziativa;
  2. Il consumo ambientale implicato dalla commercializzazione di un bene come l'acqua, potenzialmente disponibile in tutte le case, è più vasto, e va affrontato alla radice, sul dispendio logistico e sull'inefficenza delle infrastrutture italiane; inoltre, riguarda non la pubblicità (che è riduttivo pensare come unica causa del problema) ma tutto il commercio su terra di prodotti anche non pubblicizzati;
  3. La tassa che le aziende dovrebbero pagare oltre il canone di coltivazione, che appare fondata sull'idea per cui l'acqua è un bene "comune", insieme all'eventuale successo legale dell'iniziativa, porterebbe le aziende produttrici a dover tornare con i conti persi dalla pubblicità in altro modo, magari con tagli al personale del marketing o di chi non può più contare, per il proprio stipendio, sulla vendita del prodotto;
  4. Non appare poi fondata l'abolizione della pubblicità sulla base della proibizione citata di promuovere latte in polvere per la prima infanzia "perché fa concorrenza all’allattamento al seno, che è riconosciuto come un bene primario", perchè anche qui sta nel diritto di scelta della persona preferire un prodotto o un altro, e nel diritto di promozione di un azienda pubblicizzare, certo nei limiti della legalità e non cadendo nell'inganno, il proprio prodotto;
  5. La petizione rischia di diventare una petitio principii, inducendo, con metodi di persuasione pubblicitari come gli slogan, al consumo di acqua di rubinetto, certo senza scopo di lucro e con conseguente riduzione dell'impatto ambientale;
  6. In fondo, non si comprende perchè, invece che proporre una campagna sulle virtù benefiche del consumo di acqua di rubinetto, si voglia passare dalla critica al libero diritto di reclame; e qui emerge, nelle pieghe dell'iniziativa, una visione ideologica di fondo che mina le buone intenzioni ambientali: "In un mondo serio, la pubblicità non dovrebbe esistere, perché i consumi non vanno spinti, ma frenati in nome della sostenibilità e dell'equità. La gente non ha bisogno di messaggi ingannevoli, ma di informazioni serie sulla qualità dei prodotti, la sicurezza, la storia ambientale e sociale. Dunque: non spot privati al servizio delle imprese, ma un servizio pubblico di informazione sui prodotti al servizio della gente. (...) Questo mondo è asservito alle imprese che per il profitto della giornata distruggono il mondo, la gente, la pace." Innanzitutto, non è dimostrato come i consumi vadano contro "sostenibilità ed equità", anche in merito al tema dell'acqua: sembra vero il contrario. Poi, che tutta la pubblicità sia composta da messaggi ingannevoli indurrebbe a pensare lo sia anche quella a favore dell'acqua di rubinetto, a meno che non si intenda ingannevole solo la propaganda profit, delle imprese che per il profitto "distruggono il mondo, la gente, la pace", tralasciando il fatto che da esse, e dai consumi dei loro prodotti, dipenda la crescita economica e quindi la possibilità di lavoro e di equità di più persone possibili;

In conclusione, pur condividendo gli spunti critici che spingono l'iniziativa (il consumo ambientale e la riduzione dei costi), era forse più apprezzabile un opera di sensibilizzazione costruttiva sulle virtù dell'acqua di rubinetto, il cui uso, ricordiamo, è regolato e pur sempre pagato a un'azienda pubblica: lo stato.

venerdì 31 agosto 2007

UN SECONDO RINGRAZIAMENTO

Devo porgere un ringraziamento a chi, apprezzando lo scritto presentato da communitaction, lo ha eletto tra i finalisti dell'iniziativa coop for words, che culminerà con la manifestazione ad alta voce.
L'attività comune di bloglibero sarà a breve interrotta, con la chiusura del sito; l'attività di communitaction subirà un'interruzione, anche se il blog rimarrà comunque aperto per favorire la lettura di ciò che è stato pubblicato.
Buona lettura

giovedì 14 giugno 2007

FINMECCANICA IN USA: il legame tra progresso economico e guerra

In queste ore il mercato e il Governo elogiano e approvano il successo di Finmeccanica, che è riuscita a vincere la concorrenza statunitense nella fornitura all'esercito e all'aeronautica militare americana di velivoli per i prossimi 1o anni. Un successo, dopo una fornitura analoga nel 2005, dovuta alla scelta di puntare su un mercato con "il budget per la difesa più alto al mondo" come afferma l'amministratore delegato di Finmeccanica. Nelle stesse ore, le agenzie di stampa registrano la protesta del generale della base militare di Vicenza, in seguito alle ultime contestazioni del movimento No dal Molin.
Le reazioni positive del mercato e del governo e quella negativa dei comandi statunitensi e del Presidente Prodi (che domani non si recherà alla conferenza internazionale di Padova per evitare la contestazione del movimento) nei confronti dell'opposizione a un'economia di guerra ricordano proprio il presunto vantaggio del Dal Molin di fornire "20000 posti di lavoro". Il circolo vizioso tra spese belliche e rilancio dell'economia e dell'occupazione (basti pensare all'aumento del PIL nello periodo di guerra) trova conferma anche in Italia, che non si sottrae al modello economico di crescita del PIL, nei dati secondo cui l'Italia, con le crescenti spese belliche (si pensi alla finanziaria 2006), e con una crescita nell'export bellico che fa salire il nostro Paese al settimo posto mondiale nell'export di armi, retrocedendo all'ottavo posto per spese militari complessive. Lo rende noto il Rapporto SIPRI 2007 sulla pace e gli armamenti. A fronte di questa situazione è necessario sì un Trattato internazionale sul commercio di armi, ma anche spezzare il legame che intercorre tra rilancio dell'economia, occupazione e armamenti, in modo che le spese belliche non costituiscano più un alibi per l'incremento del benessere di stati che costituiscono una minoranza numerica mondiale, a discapito di paesi colpiti dalla guerra. Perchè se un sistema economico epr sopravvivere o crescere necessita di ricorrere alla distruzione forse il modello di incremento del PIL come fautore del benessere di stati e popoli è da ripensare nelle sue fondamenta.

martedì 12 giugno 2007

I FURBETTI DEL QUARTIERE (ROSSO)

C'era una volta in cui gli attacchi alla magistratura facevano parte del repertorio ufficiale di Silvio Berlusconi, insieme allo spauracchio del comunismo. Altri tempi, ora tutta l'Unione si rivolta contro i giudici, rei di aver diffuso le intercettazioni sui complotti politici dietro alla scalata al gruppo UNIPOL e RCS - Corriere della sera. Il ministro della giustizia Mastella non esclude "l'invio di ispettori" per tutelare le "prerogative costituzionali dei parlamentari" in attesa che sia varata la nuova legge sulle intercettazioni. E ancora una volta l'intesa sulla condanna delle interecettazioni è bipartisan: il centrodestra, lungi dal strumentalizzare ulteriormente la questione contro i DS (le prime intercettazioni furono pubblicate da Il Giornale), prende le distanze dalla pubblicazione delle intercettazioni, anch'essi per la tutela dei parlamentari, dal momento che sono inquisiti anche parlamentari del centrodestra.
Emerge così una vicenda fatta di sotterfugi e complotti per impossessarsi di gruppi bancari e influenti quotidiani come Il Corriere della Sera a fini elettorali, in cui assumono primo piano i burattinieri D'Alema e Fassino, manovratori di pedine come Fiorani, Ricucci, Consorte, puntualmente inquisiti e in certi casi finiti pure dietro le sbarre.
Si ritorna così a citare il '92, gli avvisi di garanzia, la corruzione del sistema politico. E anche se, si sottolinea, non ci sono contenuti penalmente rilevanti per i politici intercettati, questa vicenda non è che, nelle parole di Lanfranco Turci, un "contributo all'ondata dell'antipolitica" che dimostra chiaramente una cosa: "l'incapacità del bipolarismo a gestire questo paese".

lunedì 11 giugno 2007

EMERGENZA...PARLAMENTARE

Tutto si può dire della classe politica italiana, ma non che ci sappia fare. Il savoir faire, la virtù di districarsi quando la sorte si fa avversa. Visita di Bush a Roma, traffico bloccato. Anche per un senatore. Ma si sa, se il privilegio non ti viene concesso, te ne prendi un altro. E così Gustavo Selva, vecchia volpe che dichiarò di averla raccontata grossa al Colle per legittimare l'invio di un contingente italiano a Nassirya, inviato in realtà solo per gli interessi dell'ENI, si finge male. Arriva l'ambulanza e corri corri allo studio (privato) del cardiologo con l'ambulanza (pubblica). E guarda te le coincidenze: in via Nogaro forse il cardiologo non c'è (amnesia da malore?) ma ci sono gli studi televisivi di La 7. Perchè se c'è il record di astensionismo alle Camere bisognerà pur comparire in altre aule, meglio se televisive, così si unisce l'utile al dilettevole: l'impegno politico e la sponsorizzazione di sè. Ma c'è di più. Il buon Gustav, orgoglioso dello stratagemma, pensa che raccontarlo in diretta tv e lì...paratrac! Il finimondo. "Vergognoso, irresponsabile, indegno, inqualificabile, indifendibile"...e chi più ne ha più ne metta. E giù minacce bipartisan di sanzioni penali, dimissioni, prepensionamento. Insomma il gossip settimanale della politica, ottimo per il chiacchericcio fazioso da sinistra per controbattere ai fondi misteriosi di D'Alema in sud america.
Morale della favola? L'ennesima vicenda di abuso di potere, di ostentazione arrogante di privilegi alle spalle oltretutto di chi poteva veramente, in caso di emergenza, avere bisogno di quell'ambulanza, in un contesto sanitario lento e in aumento di costi, come quello italiano. Ma ciò che ammutolisce di più è la prontezza nello scagliare la prima pietra, da chi gode e abusa degli stessi privilegi ma lapida il primo che ne faccia pubblica ammissione. In un paese dove di politico è rimasto solo il politically correct, il buonismo che accompagna ogni prevaricazione della classe politica.

domenica 10 giugno 2007

TANTO FUMO NIENTE ARROSTO: il G8 sul futuro dell'ambiente e la Decrescita

Il vertice degli 8 governanti dei paesi più industrializzati, il G8, tenutosi in Germania la scorsa settimana, aveva come primo punto all'o.d.g. un impegno comune dei confronti della crisi climatica: l'obiettivo è dimezzare le emissioni di anidride carbonica entro il 2050 per diminuire di 2 gradi centigradi la temperatura terrestre. Il vertice, definito di fronte a Benedetto 16° da G. Bush "successful", ha portato, analogamente a quanto avvenne per il Protocollo di Kyoto, alla mancata disponibilità stratunitense nell'imporre un limite nelle emissioni dei gas serra. Un vertice giustamente successful per il Presidente americano, che, liquidato l'argomento clima, ha potuto concentrarsi sulla questione scudo spaziale con la Russia.
Tuttavia, al di là del mancato accordo, un dubbio sorge sulle iniziative che il G8 intende prendere. Si parla, oltre che della riduzione dei gas serra, di diversificazione delle fonti energetiche, solare, eolico, nucleare, e dell'introduzione degli agrocarburanti. La riduzione progressiva e ventura delle fonti energetiche fossili, a causa del modello economico vigente, fatto di crescita del PIL e consumo, ha già portato, oltre che disastri ambientali, uno stato di conflitto mondiale più o meno violento (si pensi -per citare due casi noti- allo sfruttamento petrolifero iraqueno e le minacce di Putin sul taglio del gas). La soluzione che si vorrebbe trovare è semplicemente sostituire le fonti energetiche, certo rinnovabili, ma inserite nello stesso sistema economico di consumo infinito.
Da questo punto di vista il G8 perde di vista la vera causa e quindi il vero rimedio dei problemi non solo ambientali, ma anche dello stato di tensione del pianeta, ovvero un sistema di crescita che assegna a una minoranza la stragrande percentuale delle risorse e penalizza la maggior parte della popolazione, che quelle risorse le ha (si pensi all'Africa).
Allora forse, dopo 300 anni di sviluppo, di un'idea di attività produttiva basata sulla crescita economica, che ha accomunato, pur nelle rispettive differenze, socialismo e liberismo, è ora di fare un bilancio e una previsione per il futuro. Pensando di contrapporre, al sistema di valori basato sulla crescita del PIL un sistema alternativo, la decrescita.

sabato 9 giugno 2007

PIU' GELATO PER TUTTI (i Senatori)!

L'Italia è l'unico paese in cui, come si affermava ad "Otto e mezzo" qualche tempo fa, non si è riusciti ad arrivare a vere intese bipartisan, che non sconfinassero nell'inciucio o nel trasferimento preventivo (se si sente odore di sconfitta) di polo. Non è vero. I rappresentanti del popolo l'intesa la sanno trovare eccome: un'accordo che colpisce lo stomaco. E così, per nulla ignari dei proclama televisivi "non ci sono soldi, è necessario tagliare, tassare, chiudere...", i senatori reclamano un diritto inalienabile, l'indennità al gelato. E così l'o.d.g. al Senato di giovedì 7 recava una proposta bipartisan, firmata tra gli altri dal senatore Buttiglione (UDC) e Soliani (ULIVO), maschio e femmina, per salvaguardare le quote rosa, per una "richiesta di miglioramento della qualità del Senato": la buvette è sprovvista di gelati. Il documento continua invocando l'adeguazione della vita del Senato "alle normali esigenze della vita quotidiana" , quella che, secondo gli abitanti di Palazzo Madama, un gelato non se lo fa mancare mai. Tanto meno se è aggratis.
Repubblica, che ha pubblicato la notizia, commenta la mozione parlando di desideri connessi all'"essenza corporea e primordiale del potere". Non è bastata la denuncia di Salvi ne "I costi della democrazia", nè "La Casta" di Stella e Rizzo e nemmeno le proposte di legge sui tagli alla spesa del Palazzo per ridimensionarne il Bengodi.
Allora taglia taglia. Cosa? "Le province", "le sovvenzioni ai giornali di partito", "sauna e sala cyclette", giusto perchè "poco utilizzate", e pure i vitalizi parlamentari...ma solo per le giovani leve del futuro. E i 3000 euro l'anno per "viaggi studio". Per non parlare del record di assenteismo dei parlamentari che fanno altri lavori, e percepiscono quindi altri stipendi, pubblicato su lavoce.info.
Certo, è chiaro che "i diritti acquisiti non si toccano", pena "una sflilza di contenziosi", dichiara l'ulivista Albonetti. Insomma tagliando qualche testa si risparmia un pò. Tanto per calmare un pò le acque, prima del prossimo dibattito televisivo. Ma non è possibile far fare una legge che mette in discussione privilegi acquisiti da chi di quei privilegi gode, senza vergogna, da decine di anni. Legge che si tramuterà in un contentino, alle spalle di chi a Palazzo, magari prendeva un unico stipendio per incarichi di ogni tipo.
La politica italiana sta sprofondando in un baratro che non saranno la legge elettorale, nè mozioni fatiscenti, a salvare. La degenerazione del Parlamento, trasformato, coi suoi privilegi e costi, in una caricatura farsesca dell'Italia che fa fatica a sopravvivere, non può che essere arginata dai cittadini, con l'unica arma che la democrazia consente, il voto. E' per questo che un aumento dell'assenteismo alle prossime votazioni non potrà che essere un toccasana per chi vive e vegeta alle spalle altrui, solo grazie al consenso popolare.

lunedì 28 maggio 2007

DALLA RUSSIA CON AMORE

Gli scontri avvenuti ieri a Mosca tra gli attivisti (tra cui i deputati Luxuria e Cappato) che rivendicavano i diritti omosessuali in occasione dell'anniversario del 14° anno dalla depenalizzazione dell'omosessualità in Russia, giudicati dal ministro D'Alema "tollerati e consentiti", ripropongono il problema della costante violazione dei diritti umani in Russia, già messa in evidenza dalla gestione del conflitto in Cecenia e dalle recenti esecuzioni di giornalisti critici del governo del Capo di Stato Valdimir Putin. Ma risalendo poco più indietro non si può non ricordare l'accanimento giudiziario che coinvolse gli oppositori politici di Putin. E mentre una nuova legge eserciterà un nuovo controllo sulle o.n.g., Amnesty International, nel suo Rapporto annuale sui Diritti Umani nel 2007, nel capitolo dedicato alla Russia, aggiunge alla "lista nera" del paese ex comunista anche la discriminazione femminile e l'uso della tortura.
Nonostante la gravità della situazione complessiva sui diritti umani in Russia abbia portato anche alle critiche del Parlamento Europeo, c'è anche il rischio di un riarmo della Russia sotto la minaccia dello scudo spaziale statunitense, proprio alla vigilia delle giornate di attivismo di Amnesty per il disarmo.
Nonostante la mobilitazione di Amnesty e il richiamo del Parlamento Europeo, le critiche alla Rusisa rischiano di rimanere parole senza seguito. A scongiurare questo esito, la soluzione del ministro Bonino è "fare dell'energia, come peraltro gia' previsto, una politica comunitaria, con tanto di voto a maggioranza, perche' questo renderebbe piu' solido il rapporto contrattuale tra Ue e Russia''. A ribadire il filo che lega diritti umani, pace e risorse energetiche: se la situazione diritti umani non è affrontata di petto col Presidente russo per paura di ritorsioni energetiche, allora la stessa arma di "persuasione" può essere utilizzata dall'Europa per la tutela dei diritti umani in Russia.

domenica 27 maggio 2007

VERSO LA FINE DELLA 2° REPUBBLICA? La Casta, l'Antipolitica e il Referendum

Due sono i termini che caratterizzano il panorama politico in queste ultime settimane: “Casta” e “Antipolitica”. La “Casta”, come ben evidenziano Stella e Rizzo nel saggio omonimo, è l’attuale sistema politico, smascherato nei suoi sprechi, nella sua capacità capillare di insidiarsi in ogni settore della vita pubblica e privata, generando poltrone, poltroncine, enti e associazioni, e di autoriciclarsi, come ben esemplificato dal “porcellum” elettorale vigente, o dal Partito Democratico, semplice somma di partiti e personalità anacronistiche, anagraficamente e sopratutto politicamente. L’uscita dalla casta allora non può che essere rappresentata da personalità che alla “politica” non appartengono o la rinnovano, i “tecnici” alla Montezemolo, i “giovani 50enni rampanti” alla Sarkozy, che simbolizzano una classe dirigente giovane e (apparentemente) estranea al teatrino degli interessi di bottega (o di casta) della politica. Argomenti populistici certo, ma che fanno breccia su un elettorato come quello italiano, caratterizzato da un’insofferenza diffusa, accentuata dalla distanza della propria “terza settimana” dall’OdG settimanale del Parlamento. E lo strumento d’uscita da questa situazione non può che essere visto nel referendum, popolare per definizione, che sfoltisca il “magnamagna” di Palazzo verso un sistema bipartitico. Una democrazia moderna come la Francia ha fatto un governo giovane, in tempo record, composto da personalità di spicco, indipendentemente dall’appartenenza partitica: al di là del diverso sistema presidenziale, è un modello da tenere in conto. Quel che è certo, come è stato previsto da Massimo D’Alema, è che ci stiamo avviando a una crisi analoga a quella che fece crollare la Prima Repubblica, tale da disegnare scenari da rivoluzione come quello provocatorio dello scrittore che, a “Porta a Porta”, si auspica l’avvento di un monopartitismo, ovvero una dittatura. Come uscire allora dalla Casta? Con una nuova leadership? Affidandola al “camaleontico” (come l’ha definito Giuliano Ferrara) Casini (con i suoi progetti di “Terzo Polo” e “Grande Centro” alla Bayrou, il candidato centrista francese), o a una nuova “casta” di “tecnici” alla Montezemolo (la cui quantità di cariche farebbe esplodere il conflitto di interessi), o ai giovani rampanti tipo Veltroni? E il referendum bipartitico (con sbarramento al 3-4% e premio di maggioranza al partito con più voti), eliminanerà partitini che condizionano il programma dei governi, darà forse più stabilità ma riuscirà anche a eliminare gli sprechi e il sistema di raccomandazioni?

martedì 22 maggio 2007

GLI INTOCCABILI

Chi pensava che il cambio al vertice della CEI portasse anche un cambio di rotta sui temi etici si illudeva. Coerentemente con le proprie posizioni millenarie, il successore di Ruini, Mons. Bagnasco, non fa passare giorno senza rilasciare le proprie dichiarazioni. Coerentemente alla dottrina della Chiesa si diceva, per non dire, come è stato detto al concerto del 1° maggio, che la Chiesa non si è evoluta in 2000 anni. Il punto che la mancanza di “evoluzione” della Chiesa è una conseguenza diretta della sua natura di portatrice di dogmi, verità assolute nel senso di slegate dal tempo. Non deve quindi stupire che la Chiesa non si adatti alla società attuale, ben diversa, in quanto prodotto storico, da quella in cui il messaggio originario cristiano ebbe origine e diffusione; ma nemmeno può stupire che non accetti contestazioni al proprio messaggio, come mostrano i due recenti casi del concerto del 1° maggio e della trasmissione Anno Zero di Santoro. Per quanto riguarda il concerto, le dichiarazioni del presentatore, per quanto estranee allo spirito della manifestazione, furono bollate dalle gerarchie ecclesiastiche come “terrorismo” termine che non può che apparire inadeguato, nel contesto di una manifestazione sul lavoro, colpito pesantemente nei decenni passati dal terrorismo, quello vero.“Terrorismo” è esprimere un opinione “contro chi parla sempre in nome dell’amore, l’amore per la vita e l’amore per l’uomo” come scrisse l’Osservatore Romano sulla vicenda. E alle dichiarazioni odierne contro i DiCo, Mons. Bagnasco aggiunge l’allarme per l’impoverimento della famiglia italiana. Nel frattempo, si susseguono i tentativi politici bipartisan (Landolfi e Fassino) di non mandare in onda un video della BBC sulla pedofilia clericale da parte di Santoro e Mentana. Questi fatti mostrano la Chiesa muoversi in due opposte tendenze: l’incapacità, o meglio la non volontà, di rispettare le regole del gioco democratico, facendo sentire (legittimamente) la propria voce, ma ostacolando poi che la stessa libertà d’espressione che usa sia usata da altri per criticarne posizioni o comportamenti. Dall’altra parte, il costante richiamo al messaggio cristiano originario, l’amore per il prossimo, la solidarietà per i più deboli. E’ una contraddizione che fa parte della Chiesa che, in quanto istituzione, ha assunto un potere tale da allontanarsi dal messaggio evangelico. Allora forse la possibilità per la Chiesa di superare la crisi che la affligge non è lanciare anatemi contro l’ateismo, il relativismo, la politica, ovvero contro opinioni consentite in uno stato democratico, ma ritornare alla propria vocazione originaria, di amore e solidarietà. A partire dalla solidarietà per le persone in quanto tali, la cui scelta per la convivenza è in certi casi dettata proprio da quella povertà che Bagnasco constata. Ovvero saper mettere le persone davanti all’ideologia.

domenica 13 maggio 2007

DALLA REGGIA ALLA GUERRA: il principe Harry e la mediatizzazione della guerra iraquena

Si avvicina la partenza per l'Iraq del principe Harry, terzo in successione regale al trono d'Inghilterra. Tra le notizie di rinvii per le minacce di Al Quaeda, intenzionata a catturarlo ed esibirlo come "trofeo di guerra", l'appoggio dei commilitoni che hanno dichiarato di voler indossare "parrucche rosse" per sfavorirne l'identificazione e il rapimento, le festine pre-partenza, i tabloid inglesi hanno collezionato un nuovo, redditizio capitolo della soap sulla famiglia reale. Inoltre, il principino verrà ripreso nella sua avventura iraquena dallle telecamere, in una sorta di Grande Fratello iraqueno, dove ad essere nominati però sono solo i civili sotto le bombe.
Peccato che la vicenda del principino che va alla guerra sia tutt'altro che una telenovela, ma si inserisca con estrema superficialità in un contesto come quello iraqueno, fatto di migliaia di vittime civili, oltre che militari. La mediatizzazione della partenza del principe tralascia così di considerare la quotidianità iraquena, fatta di decine di morti e distruzione, che in quanto quotidianità è ben lontana dal costituire uno scoop, una news da vendere. Inoltre, gli scrupoli per la sicurezza del principe, e la sua presenza in Iraq non possono che accrescere l'insicurezza e i pericoli per un'esercito carnefice e vittima di un conflitto senza uscita.
La Casa Reale sceglie così di mettersi in controtendenza all'opinione pubblica, la cui sempre maggiore opposizione al conflitto iraqueno ha portato alle dimissioni venture di Tony Blair.
Ma l'aspetto peggiore della vicenda del principino che va dalla reggia alla guerra per "servire il proprio paese" con tutto il contorno di capricci regali ("o parto o lascio l'esercito", ha dichiarato Harry), è che l'attenzione mediatica per l'Iraq ha ormai raggiunto i toni frivoli che caratterizzano le vicende regali. Il tassello finale di un conflitto che fin dall'inizio, dall'abbattimento delle statue di Saddam Hussein nella presa lampo di Baghdad è stato un grande spot televisivo, finalizzato a vendere una guerra fondata su interessi economici e geostrategici. E come tutti gli spot, anche questo è riuscito a vendere fumo: ma quello di un paese che va a fuoco ogni giorno.

giovedì 10 maggio 2007

FAMILY DAY: E LA FAMIGLIA?

A pochi giorni dal Family day, manifestazione romana organizzata dalle associazione ecclesiali “contro ogni ipotesi legislativa di equiparazione delle coppie di fatto con la famiglia fondata sul matrimonio”, si sprecano le conferme di partecipazione del mondo politico, di chi c’entra talmente con la famiglia “tradizionale” da averne più d’una. Ad ogni azione una reazione: così accanto ai Don Abbondio della situazione, clericali per calcolo politico, ai “moderati” che si dimenticano che “il centro” è relativo a cosa si prende per estremo, ecco il manipolo di contromanifestanti “NO VAT”. Tra clericalismo e laicismo, pro famiglia uomo donna bambino e famiglia uomo uomo bambino ci sono quasi tutti, con un’unica assente: la famiglia. Perchè al Family day la famiglia vera, quella affetta dalla sindrome della “terza settimana” resterà a casa, lontana da ideologie, estranee ai suoi bisogni reali, che la tirano in ballo per lo più per fini strumentali. Tra i due litiganti del Family day l’unica a non godere è proprio la protagonista, la famiglia, in bilico tra promesse fettine di “tesoretti“, di sconticini sulla prima casa, che vede ben lontana dalle proprie priorità l’attribuzione di “famiglia tradizionale” di “coppia di fatto” o di DiCo. Il Family day vuole affermare come “la priorità non sono i DiCo ma le politiche sulla famiglia” dimenticando forse che i DiCo stanziano sgravi fiscali per le coppie: ma forse qui più che le “politiche per la famiglia” sono in discussione la definizione di “famiglia” e le libertà personali, di credo e di scelta. Si accusano i DiCo di mettere in discussione la famiglia fondata sul matrimonio della Costituzione: ma forse proprio l’opposizione ai DiCo mette in discussione la Costituzione, almeno per la sua difesa dell’autodeterminazione dell’individuo e della sua libertà a professare opinioni, credi religiosi e scelte personali senza discriminazione.

mercoledì 9 maggio 2007

UN RINGRAZIAMENTO

Ringrazio chi, seguendo e apprezzando il lavoro di communitaction, ha contribuito a portare il blog in nomination nella categoria "Miglior Z-blog maschile", nel concorso "Z Blog Awards" organizzato da sw4n.net . Un ringraziamento in questo senso non può che andare a bloglibero, cui collaboro e che ha contribuito in maniera determinante a dare visibilità a communitaction. Senz'altro una soddisfazione per un blog aperto solo da 6 mesi, ma sopratutto perchè dà la conferma che i messaggi pubblicati sono passati, ed è questa la cosa più importante: perchè sapere è il primo passo per agire a favore dei diritti.

lunedì 16 aprile 2007

GRILLETTI FACILI: le stragi nelle scuole USA e la cultura della violenza

La strage odierna in un college statunitense, dopo una sparatoria che ha provocato decine di morti, è solo l’ultimo di episodi simili che periodicamente colpiscono gli Stati Uniti. La strage solleverà un vespaio di opinioni e accuse, utili a riempire poltrone e far drizzare l’audience dei talk show statunitensi, tutto come nel 1999, quando la strage all’istituto Columbine scosse l’immaginario statunitense, legato all’idea della scuola come mezzo di riscatto dalla violenza della sparatorie dei ghetti. Lo stupore che episodi di violenza esplodano così, in un luogo insospettabile e apparentemente senza un avvertimento, fa commettere l’errore di confinare questi casi alla mente deviata di alcuni ragazzini, come se l’ascolto di un certo tipo di musica, le cattive compagnie o qualche disturbo psichico adolescenziale potessero giustificare una strage. La portata di episodi come questo non è quindi da ridurre a un fenomeno ad personam, ma forse a un malessere che colpisce tutta la società statunitense, di cui la facilità del possesso delle armi è solo un corollario. Michael Moore in Bowling a Columbine, documentario sulla strage della Columbine, spiega la ragione del fatto che gli Usa hanno un numero di omicidi pro capite tre-quattro volte più alto dei paesi europei (cfr. gli articoli di peacereporter: art. 1 e art. 2) con la presenza e la facile disponibilità di armi nello stato, tesi avvalorata da uno studio della Harvard School of Public Health.Di certo la disponibilità di armi per tutti può aiutare a concretizzare la violenza che l’individuo comune può provare, ma probabilmente il problema va affrontato alla radice. Questi fenomeni sono accomunati da due elementi: avvengono in luoghi di formazione, e vengono compiuti da persone giovani. Se uno stato come gli Stati Uniti viene colpito al proprio interno, dai cittadini che costituiscono il suo futuro, e proprio nel luogo simbolo della loro crescita come cittadini, viene quindi da pensare che ci sia qualcosa che non va nei valori che in generale l’istruzione e i mass media statunitensi trasmettono alle proprie generazioni. Servirà quindi a poco la dichiarazione che il Presidente G.W. Bush farà alla nazione sulla vicenda, perchè è proprio dall’amministrazione statunitense e dalla propaganda che ne è legata che vengono legittimati, sotto forma di leggi comportamenti che in questi anni hanno segnato le vicende mondiali: si pensi ai numerosi “Act” che in nome della difesa dal terrorismo giustificano la limitazione dei diritti (come la privacy) di cittadini statunitensi, o la detenzione senza capi di accusa certi come a Guantanamo. Qui non è discussione il diritto civile al possesso di un’arma, sancito dalla Carta dei Diritti statunitense, ma l’abuso di diritto che caratterizza la politica interna ed estera statunitense. Se l’”american dream” che gli USA intendono esportare è fatto di guerra…e se tutto questo è giustificato per la difesa della Patria, non stupisce che siano proprio i figli di questa cultura ad esserne influenzati. Se violenza e prevaricazione sono mezzi legali per uno stato per la risoluzione dei conflitti, non stupisce che le armi siano viste dal cittadino un mezzo legittimo per affermare la propria volontà. Ed è forse anche in questa luce che si può leggere il rifiuto statunitense all’abolizione della pena di morte e alla regolazione del commercio di armi: la violenza armata non è retta solo dal potere politico della National Rifle Association e dal business economico che genera, ma affonda le sue radici anche in una cultura che considera le armi, o più in generale la violenza, un mezzo come un altro, se non il mezzo privilegiato, di confronto e scontro.

sabato 31 marzo 2007

IL BENE E IL MALE DELLA DEMOCRAZIA: la polemica CEI contro i DICO

Non passa giorno in cui la CEI non aggiunga un tassello alla polemica contro i DICO. Le dichiarazioni odierne del neoeletto presidente della CEI, Monsignor Bagnasco, mettono in luce i fondamenti “ideologici” alla base dell’opposizione alle coppie di fatto: Bagnasco afferma innanzitutto che, se il “criterio oggettivo per giudicare il bene e il male” viene sostituito dall’ “opinione generale” ovvero l’opinione pubblica, o da “maggioranze vestite di democrazia ma che possono diventare ampiamente e gravemente antidemocratiche, o meglio violente”, si potrebbe degenerare in “aberrazioni” come “legalizzazione dell’incesto o la pedofilia tra persone consenzienti”; Bagnasco porta poi come esempi di queste maggioranze apparentemente democratiche i casi di Inghilterra, dove “un fratello e sorellahanno figli, vivono insieme e si vogliono bene” e dell’Olanda, con il caso del partito dei pedofili. Per quanto riguarda questo primo punto, vorrei fare alcune osservazioni. Innanzitutto i concetti di “bene e male oggettivi” di “naturale e contro natura” richiamati anche da molti Angelus del Pontefice, non hanno un fondamento oggettivo, ma culturale, ed è la stessa Storia a mostrarlo: con il mutamento delle epoche sono mutati i concetti di bene, male, naturale e innaturale, adattati di volta in volta al potere dominante; ma la CEI parla anche di “natura”, “diritto naturale”, ma senza chiarire precisamente su cosa si fondi questo “criterio antropologico dell’etica che riguarda la natura umana, che e’ anzitutto un dato di natura e non di cultura”: la “natura umana”, storicamente ha assunto comportamenti e norme differenti a seconda delle culture e delle epoche, a meno che non si voglia assumere un criterio etnocentrico come la “superiorità della civiltà occidentale”; Bagnasco sembra poi farsi portatore di un inedito concetto di democrazia, che, slegata dall’opinione pubblica, non è più il “potere del popolo”, al fine di riconoscerne i diritti giuridici, e comporta così un mutamento della rappresentanza dei deputati, rappresentanti non più del popolo, ma del clero; ma se uno stato non è retto dal potere del popolo, dal diritto pubblico, ma da una ristetta minoranza ecclesiastica, l’alternativa alle “maggioranze antidemocratiche e violente” di cui parla Bagnasco non può che essere una teocrazia; conseguenza inevitabile del venir meno del potere del popolo è che il “criterio naturale e oggettivo di bene e male” sia da sostituirsi all’ “autodeterminazione di due individui consenzienti”; Infine, se è realmente un interesse nella preservazione della specie umana ad animare la polemica della CEI, non si vede perchè un tema che mette radicalmente più in discussione la permanenza del genere umano, ovvero lo stato globale di guerra nel mondo, trovi posto solo in rare dichiarazioni estemporanee del Pontefice, non assumendo quella rilevanza che l’attualità politica, con il voto sul rifinanziamento delle missioni militari, potrebbe suggerire. Tirando le conclusioni, sembra che l’attenzione dei vescovi sia concentrata su un tentativo di mutamento delle regole del gioco democratico, che si inserisce alla perfezione nello status di mancanza di rappresentanza politica dei deputati: i cattolici praticanti in Italia, oscillano, secondo stime di Alleanza Cattolica, tra il 25% e il 35% (dati CESNUR), meno della metà della popolazione italiana, e non tutti sono contari a riforme come il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, o a temi ancora più spinosi quali l’eutanasia. L’opposizione ai DICO, semplice riconoscimento giuridico di una realtà maggioritaria presente nel paese (le coppie di fatto sono il doppio dei matrimoni, fonte ISTAT), si configura quindi, al di là dei fini specifici del clero, come un altro caso (accanto al rifinanziamento delle missioni belliche, al Dal Molin, etc.) che trasforma la democrazia italiana in un’oligarchia dei “poteri forti”. A ulteriore dimostrazione che il “bene” non è di tutti, ma chi comanda.

sabato 24 marzo 2007

L'ALTRA STRADA PER LA PACE: la novità della mediazione umanitaria di Emergency

La liberazione di Daniele Mastrogiacomo, grazie all'intervento di mediazione dell'ONG Emergency, ha inaugurato una nuova forma di intervento nell'ambito di un conflitto. La risoluzione positiva della vicenda per il giornalista italiano fa riflettere sulle motivazioni che possono aver spinto i Taliban alla liberazione di un uomo con la grave accusa di essere una spia, oltretutto al soldo delle truppe occupanti.
  1. L'uccisione, peraltro cruenta, dell'interprete afghano al seguito di Mastrogiacomo non fa certo pensare a un'atto di clemenza dei Taliban;
  2. Sembra peraltro riduttivo pensare a un compromesso dei Taliban una volta ottenuta la scarcerazione di alcuni loro capi (ma non il ritiro del contingente italiano): anzi, l'uccisione del giornalista avrebbe potuto portare a un ripensamento del rifinanziamento italiano alla missione ISAF;
  3. In terzo luogo, seppure importanti, non penso che gli appelli della popolazione italiana alla liberazione possano davvero aver influenzato il rilascio, come mostrano i casi passati di giornalisti rapiti e giustiziati;

Nonostante gli attori della vicenda siano stati molteplici (i Servizi Segreti italiani, il governo Karzai, e pure, pur nelle critiche seguite, gli USA), è dominio comune la centralità nella mediazione di Emergency. L'ospedale afghano dell'ONG cura gratuitamente chi vi si presenta, senza distinzione di età, credo religioso o appartenenza politica: detto in una parola, cura anche i guerriglieri Taliban. Non soffermandomi qui sull'importanza pratica e simbolica di questa iniziativa, che risponde appieno alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, voglio sottolineare come l'apertura di un confronto civile con i Taliban e la soluzione pacifica che ne è seguita sia stata proprio merito di un organizzazione che svolge una vera missione umanitaria, fatta non con armi e bombe, ma con cure mediche libere e aperte a tutti. Il dialogo dei Taliban con Emergency mostra la considerazione positiva dell'ONG nel paese, anche tra le frange estremiste, che non può non aver influenzato la liberazione di Mastrogiacomo. E forse proprio la diversa sorte toccata all'italiano rispetto all'afghano sta nell'italianità dell'ONG, e nella considerazione positiva che ne deriva per l'Italia presso la popolazione afghana.

Ne concludo che se veramente il rifinanziamento della missione italiana ISAF è fatto in funzione umanitaria, e se la permanenza del contingente italiano è vista come la condizione essenziale per avviare la guerra afghana verso un'esito pacifico, come espresso dal ministro D'Alema, essa vada ripensata, cambiata nei suoi connotati proprio alla luce di questa esperienza positiva.

Tendiamo a pensare all'idea di una Conferenza di Pace che coinvolga i Taliban un'idea addirittura rivoluzionaria, sicuramente controcorrente con le strategie in voga, come le "offensive primaverili". Ma proprio perchè controcorrente, la Conferenza di Pace non potrà avvenire finchè non si realizzi un passo effettivo, e non solo simbolico, verso la pace, che pensiamo non possa che avvenire con il ritiro del contingente italiano o con una seria ridefinizione dei presupposti e dei fini della missione ISAF. Trovare una soluzione alternativa all'offensiva militare non significa certo supportare i Taliban o auspicare un loro ritorno al potere. Ma la guerra in Afghanistan, considerata la distanza tra i numerosi morti civili e militari (per rimanere aggiornati si veda peacereporter), la distruzione del paese e i pochi risultati raggiunti, è una violazione dei diritti umani al pari del regime Taliban.

Ripensare la missione in Afghanistan significa partire dalla "convinzione che nulla sia comparabile al valore di un’esistenza umana e che, quando concretamente sia in pericolo un’esistenza umana, per salvarla si debba compiere ogni atto che non ne distrugga direttamente altre" come recita il comunicato stampa di Emergency in merito alla vicenda Mastrogiacomo. Se l'Italia vuole seguire la propria convinzione pacifista con la Conferenza di Pace, non è solo necessario creare un'unità europea come quella auspicata ieri dal Presidente Napolitano, ma anche dare alla popolazione afghana il ruolo di protagonista della propria rinascita, e non quello di vittima: ma per far ciò sono forse più necessarie delle armi opere come quella di Emergency (in parte peraltro finanziata dall'Italia) nuove infrastrutture, la depurazione dell'acqua...Un popolo sano e vivo saprà decidere autonomamente per la democrazia, se la vorrà. Ma la missione ISAF, con le sue vittime civili e i suoi bombardamenti, non può che portare inimicizia per l'Occidente e supporto ai Taliban, rendendo vana non solo una "vittoria" militare ma anche una reale volontà di democrazia del popolo afghano.

sabato 10 marzo 2007

POLTRONE VUOTE: la politica italiana e la crisi della rappresentanza

Ieri alla Camera è passato, con una maggioranza del 95.9%, il decreto che rifinanzia le missioni militari all’estero: il 4% mancante per l’unanimità è composto di 19 astenuti e 3 voti contrari. In totale più del 99% dei Deputati non ha votato contro. Il punto che qui si vuole sottolineare non riguarda le mille ragioni politiche che spingano un esecutivo a votare contro le proprie idee, contro la propria costituzione: il voto pressoché unanime sul rifinanziamento alle missioni militari è prima di tutto un voto contro gli elettori, di cui i Deputati sono per per definizione rappresentanti. Non serve “il balletto delle cifre” dei sondaggi per capire che tra l’umore della popolazione e gli esecutivi di governo, siano essi destri, mancini o ambidestri, si sta scavando sempre più un solco, un’incomunicabilità di fondo che non potrà non avere delle conseguenze, ben più profonde di un allontamento dalla politica, di un generale disinteresse o di un crescente assenteismo dal voto.Il rifinanziamento delle missioni è solo un caso in cui il parlamento parla per sè, e non per i tanto citati “problemi veri del paese”. Si può considerare un calcolo in tasca quello che spinge la maggioranza degli italiani a vedere di mal occhio soldi che potrebbero essere occupati in maniera ugualmente solidale (con una parte dei finanziamenti alle missioni militari potrebbe essere abolito il ticket sanitario…), o un sentimento da “anime belle” pacifiste, considerato slegato dalla realtà dai politicanti di mestiere, fatto sta che ormai il “popolo sovrano” e i suoi rappresentati parlano due lingue diverse. Ecco allora un’Italia che a grande maggioranza si mobilita per pace, diritti civili, benessere, venire ridotta alla logica della contrapposizione partitica, dove “pace” è parola sinistra, “sicurezza” termine ambidestro, “benessere” richiesta da evasore fiscale. C’è chi vive sulla propria terra, ne conosce i bisogni, le ragioni, e c’è chi vive nella propria poltrona, ormai vuota: perchè fenomeni come l’Afghanistan, il Dal Molin, la Tav, il Mose, i Dico, gli stipendi folli di Sanremo, nella loro lontananza dal volere e dai bisogni degli italiani, mostrano come la politica italiana sia segnata da un crescente vuoto di rappresentanza, di cui conseguenza emblematica non può che essere una legge elettorale che elegge i Deputati sulla base di logiche di partito. Ma non sarà il cambio di legge elettorale a far scendere dalla poltrona i rappresentanti di un Paese che esiste solo negli uffici di Montecitorio.

venerdì 2 marzo 2007

LIBERAZIONE O OCCUPAZIONE? Pro e contro la permanenza italiana in Afghanistan

L’espulsione, formalizzata ieri, del senatore Franco Turigliatto da PRC a seguito dell’astensione sul voto sulla politica estera costata la crisi di governo, ripropone le ragioni a favore e contrarie sul tema della guerra in Afghanistan, il cui rifinanziamento, dopo il ritiro del contingente italiano in Iraq, attende di essere sottoposto all’esame delle camere. La missione ISAF (International Security Assistance Force) inizia con l’accordo in sede internazionale dell’Italia del gennaio 2002 cui segue l’approvazione in parlamento alla fine del febbraio dello stesso anno, con il compito di “assistere l’Autorità Interinale Afgana nel mantenere la sicurezza in Kabul e nelle aree limitrofe, così che detta Autorità ed il personale dell’ONU possano operare in un ambiente sicuro“ (cfr. p. 48 doc. su “Missioni/Attività internazionali” del Ministero della Difesa). Alla luce della prossima offensiva primaverile contro i Talebani, oltretutto circoscritte alla zona dove è presente il contingente italiano, è utile discutere delle ragioni a favore e contrarie della permanenza dei soldati. Un primo ordine di considerazioni a favore della permanenza riguarda la situazione in Afghanistan, ritenuta più tranquilla di quella in Iraq e tale che la presenza di stranieri sembra legittimata dagli stessi afghani; i sostenitori del ritiro sarebbero animati da calcoli personali che li spingono a “ritoccare la realtà” afghana in negativo (G. Rampoldi, Repubblica 31/7/2006). Un ritiro dall’Afghanistan comporterebbe quindi una situazione di anarchia, una guerra civile che favorirebbe il ritorno al potere di al-Quaeda. Le ragioni del pacifismo sarebbero quindi “scorciatoie” da “Gandhi da televisione” per venire incontro ai sentimenti dell’elettorato più che soluzioni concrete. Da questo punto di vista l’ospedale di Emergency a Kabul per feriti di guerra sarebbe reo di curare anche i talebani (G. Rampoldi, Repubblica 31/5/2006, si veda anche la risposta di Emergency). La seconda serie di motivazioni contrarie al ritiro mette in luce come i fondamenti della missione ISAF sono diversi rispetto all’invasione iraquena, per cui Afghanistan e Iraq rappresenterebbero “due concezioni opposte della politica internazionale e del ricorso alla forza“: la risoluzione ONU fu infatti anteriore al conflitto, che fu inoltre motivato dalla presenza di un regime, quello talebano, di supporto ai terroristi di al-Quaeda. Il ritiro comporterebbe una “frattura strategica” con le storiche alleanze atlantiche, che non terrebbe conto della “memoria storica e politica” italiana (F. Venturini, Corriere della Sera, 31/5/2006). Restare è segno di coerenza sulla politica estera e credibilità internazionale (E. Scalfari, Repubblica 23/7/2006). Le ragioni a favore insistono quindi sulla diversità della situazione e dei fondamenti tra Iraq e Afghanistan, sottolineando come le ragioni del ritiro, che causerebbe una situazione di anarchia e crisi delle alleanze atlantiche, sarebbero fondate più su calcoli politici e ideologici che reali proposte di soluzione. A queste tesi si può obiettare che: I casi frequenti di bombardamenti indiscriminati sui villaggi e l’esortazione di G. Bush di inviare più truppe (come la Gran Bretagna) per far fronte all’instabilità presente nella maggior parte del paese mostrano come anche l’Afghanistan non sia esente dalla situazione di caos che caratterizza l’Iraq. Questa situazione, unita agli abusi dei soldati, provoca un evidente inimicizia della popolazione afghana nei confronti degli occupanti, accreditata anche dall’ampio numero di miliziani appartenenti alla cosidetta “resistenza afghana”. Le ragioni di chi propone il ritiro, anche se politicamente non disinteressate, si fondano quindi su una situazione incandescente, oltre che sull’opinione, emersa da un sondaggio, del 56% degli italiani che sono favorevoli al ritiro, anche alla luce degli ingenti costi della missione. Per quanto riguarda il fondamento dell’attacco all’Afghanistan, la natura della missione ISAF nel corso degli anni è mutata, passando nel 2003 sotto il comando NATO a sostegno dell’Enduring Freedom statunitense. Si può inoltre fare un piccolo bilancio. Tra gli attentatori dell’11/9/2001 non c’era nessun afghano. Il regime talebano, accusato di fiancheggiare Bin Laden, (che troverebbe rifugio nei monti del Pakistan, alleato statunitense) si finanzia coi proventi dell’oppio. A sei anni dall’invasione dell’Afghanistan, i talebani non sono stati debellati, Bin Laden, che poteva essere catturato con un operazione di intelligence, è ancora libero, l’oppio prospera più di prima. Sul tema della fedeltà alle allenze, è necessario distinguere tra fedeltà e appoggio incondizionato: la maggiore presenza di truppe europee in Afghanistan e basi militari come la base Dal Molin di Vicenza sono funzionali all’Amministrazione Bush per spostare più soldati in Iraq e ai fini della prossima offensiva afghana. Infine non ci si dilungherà sul concetto, discutibile eticamente e giuridicamente, di “esportazione della democrazia”, specie se funzionale agli interessi economici, politici, geostrategici e legati alla ricostruzione statunitensi . I fondamenti della missione, già dall’inizio discutibili, lo sono ora ancora di più; analogo discorso vale per la situazione afghana; diversamente dall’appello alla fedeltà alle storiche alleanze, usato come ragione per la permanenza, si potrebbe quindi fare appello, a favore del ritiro, a un’altra coerenza: quella con il già avvenuto ritiro dei soldati dall’Iraq e con il ripudio costituzionale della guerra (art. 11). Alle missioni di pace servono ospedali, infrastrutture, finanziamenti, che possono essere protetti da un contingente militare: ma ciò ho poco o nulla a che fare con “offensive primaverili”. Il primo passo per una “conversione” della missione ISAF come intervento realmente umanitario e di pace non può che essere quindi il ritiro del contingente italiano, per cui c’è un appello online.

mercoledì 28 febbraio 2007

ECONOMIE DI DISTRUZIONE DI MASSA: alcune ragioni economiche del possibile attacco USA all'Iran

Indiscrezioni di questi ultimi giorni della stampa angloamericana (tra cui New Yorker, Indipendent) riferiscono che sono allo stato avanzato i preparativi per un attacco militare all’Iran. Un possibile intervento aereo sugli stabilimenti nucleari iraniani non sarebbe che uno sviluppo di quella “guerra fredda” che gli USA e Israele stanno conducendo ormai da tempo con l’Iran.Dalle provocazioni verbali iraniane sul nucleare e sull’esistenza di Israele, cui gli USA hanno risposto con sottili minacce e con la propaganda sulle intenzioni di un attacco nucleare iraniano, si è passati all’autorizzazione statunitense di uccidere agenti iraniani in Iraq. Tuttavia, al di là di questi screzi e di una potenzialità nucleare sottovalutata dagli stessi Israeliani, il reale movente di un possibile attacco all’Iran va cercato anche in motivazioni economiche.W. J. Clark, nel saggio del 2003 “Revisited: the real reason for the upcoming war with Iraq“, cita come ragione macroeconomica dell’attacco all’Iraq la volontà di riportare il dollaro come moneta di scambio, sperando di contrastare l’intenzione, espressa nel 2000 da paesi dell’OPEC come Iran, Iraq e Venezuela (che subì un colpo di stato nello stesso anno), di scambiare petrolio con l’euro; l’euro, infatti, oltre ad essere svalutato in maniera minore del dollaro, è la moneta della maggior parte dei paesi che scambiano petrolio con l’Iran. In questa direzione si inserisce inoltre l’intenzione del governo iraniano di aprire una borsa petrolifera alternativa alle due statunitensi. E’ chiaro che la riconversione petrolifera in euro intensificherebbe la crisi economica statunitense.Un secondo ordine di considerazioni sulle ragioni economiche alla base della scelta di attaccare l’Iran si fonda proprio sull’”economia di guerra” statunitense. Infatti, l’escalation terroristica in tutto il mondo che seguirebbe all’attacco iraniano non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco della propaganda dell’amministrazione Bush, legittimando ulteriori mire militari e favorendo sempre di più il passaggio, come lo definisce il Los Angeles Times, dalla new economy a una war economy come quella statunitense.Paradossalmente gli introiti dell’industria bellica, oltre ad essere il movente degli USA, possono costituire un ostacolo all’attacco, dato da Russia e Cina. L’opposizione delle due nazioni alle sanzioni nei confronti dell’Iran si fonda infatti sui cospicui scambi energetici e militari che Russia e Cina intrattengono con l’Iran.Se dietro ai piani di guerra all’Iran, al di là molte altre ragioni geopolitiche, sta lo spettro di motivazioni economiche, è chiaro che il problema vada affrontato alla radice, non solo tagliando il legame tra rilancio dell’economia, occupazione e sviluppo bellico (si pensi alla propaganda dei “centinaia” di nuovi posti di lavoro che fornirebbe la base Dal Molin di Vicenza), ma anche con un opera continua di smilitarizzazione e riconversione a scopi civili di aree e fondi stanziati a spese belliche (come nella Finanziaria 2006).

"TU VUO' FA' L'IRANIANO..": i rapporti tra Italia e Iran tra pacifismo e interessi dell'ENI

Stamane A. Larijani, negoziatore iraniano sul nucleare, ha dichiarato di aver ricevuto da R. Prodi delle idee per una soluzione pacifica del contenzioso sul nucleare iraniano. Questo fatto può essere visto non solo come un ulteriore testimonianza dell'impegno pacifista dell'Italia in sede internazionale, ma anche dei buoni rapporti diplomatici che in questi mesi il governo Prodi ha tenuto con l'Iran.
Ma fermarsi a queste considerazioni sarebbe una lettura superficiale della questione. L'Italia infatti, come affermato dal premier francese De Villepin, ha conoscenze approfondite della repubblica islamica, che le consentono di sapere come gestire anche la spinosa questione del nucleare: una conoscenza approfondita data dal fatto che l'Italia costituisce "il primo partner commerciale" di Tehran.
L'Iran è il tra i primi cinque produttori mondiali di petrolio, che viene gestito, (analogamente a quanto avveniva in Iraq prima della svolta liberista attuata dal protettorato statunitense) su controllo statale; ciò comporta che gli affari dei privati stranieri in questo settore sono vincolati a ragioni politiche; l'Italia è molto attiva nell'import di greggio e gas e nell'export di macchinari industriali di cui la repubblica islamica necessita. A conferma degli ottimi rapporti commerciali tra i due paesi si pensi alla fondazione di una Camera di Commercio Italo-Iraniana nel 1999 e all'accordo, nel 2001, tra la Banca iraniana Bank Markazi e l'UBAE Arab Italian Bank, joint-venture arabo-italiana per il finanziamento delle importazioni iraniane dall'Italia.
Non si vuole qui entrare nel dettaglio dei numerosi interscambi economici tra Italia e Iran, che investono i settori più svariati, ma concentrarsi su un'azienda italiana che si è distinta in questi anni nell'impegno commerciale estero: l'ENI, basti pensare a Nassyria o a all'Iraq.
L'ENI è attiva in Iran in due giacimenti, uno petrolifero e uno a gas. Benito Li Vigni, ex dirigente ENI e autore del libro "Le guerre del petrolio", descrive così in un'intervista gli interessi dell'ENI in Iran: "siamo stati i primi ad avere concessioni Buy-Back . Questo tipo di contratto prevede che la società petrolifera che trova un giacimento, nel nostro caso sempre l'Eni, può tenere per sé il ricavato della vendita del greggio fino a che non copre i costi che ha sostenuto per la ricerca, e dopo può trattenere solo il 25 per cento dei ricavi, dando il restante 75 per cento allo Stato. In Iran vige il Buy-Back e il PSA è bandito", aggiungendo che in caso di attacco all'Iran "l'Italia perderà con tutta probabilità i suoi giacimenti".
Risulta ora più chiaro come l'impegno dell'attuale governo Prodi a stemperare i toni della crisi e le sanzioni all'Iran vada ben oltre il ripudio italiano della guerra espresso dall'articolo 11.
Ma c'è un'altro aspetto interessante della questione: l'Italia, non smettendo di intrattenere, tramite l'ENI, rapporti commerciali con Tehran, viola l'ILSA, l'Iran-Libya Sanction Act, reso legge dall'amministrazione Bush nel 2001, che imporrebbe sanzioni a chi contribuisse a sviluppare le risorse petrolifere iraniane e libiche, contribuendo indirettamente a favorirne tramite l'arricchimento, l'ascesa al nucleare.
L'impegno "pacifista" dell'Italia nella crisi iraniana si pone così in linea con Russia e Cina: tutti paesi che avrebbero da perdere molto economicamente nella prospettiva di un attacco all'Iran. Le ragioni economiche si pongono così come movente ma anche come potenziale deterrente sulle sorti di un conflitto.

---

venerdì 23 febbraio 2007

UN SECOLO D'ODIO: i soldati, carnefici e vittime della guerra

C'è un solo elemento che accomuna le parti in conflitto nella (o nelle) guerra civile iraquena: l'odio per l'esercito occupante. E alla luce di fatti come questi non c'è poi da stupirsi. Il sergente Paul Cortez, 24 anni, è stato condannato a 100 anni di reclusione per lo stupro di una ragazza di 14 anni e la strage della sua famiglia, padre, madre, e sorella di 7 anni. La confessione del sergente gli ha fatto evitare la condanna a morte, ottenendo inoltre, grazie al patteggiamento, la possibilità di libertà condizionata tra 10 anni. Le accuse di strage, stupro, violazione della propietà privata, cospirazione criminale, incendio doloso... gli sono state attribuite sulla base dei fatti del marzo 2006, quando Cortez e altri 4 soldati decisero di assalire la famiglia della ragazza, scelta per la presenza di un solo uomo. Dopo la violenza di gruppo, il corpo della ragazza viene bruciato per nasconderne la violenza e i familiari uccisi. Le altre condanne già stabilite ammontano a 90 anni per un altro compagno di Cortez e la radiazione dall'esercito per tutti i partecipanti alla strage.
Dei molti casi di violenza gratuita nei confronti della popolazione iraquena e afghana, in questi anni sono saliti alle cronache solo i più cruenti, per dovere di cronaca o forse più per vojeurismo di cronaca. Basti pensare alla profanazione di cadaveri e ostentazione di simboli del Terzo Reich da parte dei soldati tedeschi in Iraq, o la cremazione (vietata dall'Islam e dalle convenzioni di Ginevra) di talebani da parte dell'esercito USA, fino ai casi più noti di Abu Ghraib e Guantanamo. Tutta una costellazione di violazioni dei diritti umani che sono esiti "naturali" di quella zona franca del diritto, e dell'umanità, che è la guerra. Dall'innanuralità di un'umanità che uccide sè stessa non possono che seguire casi come questo, in cui la distinzione tra vittime e carnefici sfuma, fino a diventare nulla.
Soldati pescati in situazioni di disagio sociale ed economico, in cui la guerra rappresenta l'unica speranza concreta di occupazione, di rivalsa sociale, come mostra emblematicamente M. Moore in Fahrenheit 9/11: i figli dei senatori USA non vengono certo mandati al fronte. Soldati carnefici e a loro volta vittime, come mostrano l'impennata del tasso di suicidi dei marines in Iraq, di problemi mentali, e i casi crescenti di diserzione.

giovedì 22 febbraio 2007

B(ENI) IRAQUENI: appello online contro la svendita all'ENI del petrolio iraqueno

La storia inizia il 1° maggio del 2003, con l'insediamento alla guida dell'Iraq del proconsole statunitense Paul Bremer, dopo la deposizione di Saddam Hussein. Bremer costituisce la Coalition Provisional Authority (CPA, ora dissolta) che vara il nuovo assetto costituzionale iraqueno, composto tra l'altro di 100 ordinanze (orders) per la ricostruzione del sistema economico iraqueno e la gestione delle sue risorse.
Il leit motiv della nuova politica economica iraquena, come emerge dalle ordinanze, è la privatizzazione delle risorse di stato, non escluso il petrolio, che verrà prodotto e distribuito da multinazionali, sopratutto statunitensi, facendo quindi le veci della compagnia petrolifera di stato iraquena. Grazie al PSA, il Production sharing agreement, letteralmente "accordi di condivisione della produzione", il monopolio del greggio iraqueno sarà delle multinazionali estere per i prossimi 30 / 40 anni, con perdite da 2 a 7 volte il budget nazionale dell'Iraq. Ma c'è di più: a prender parte della svendita del petrolio iraqueno c'è l'ENI, ancora una volta all'apice delle cronache dopo il rapimento dei tecnici in Darfur e gli interessi a Nassirya.
E' per questo numerose ONG e associazioni, tra cui Un Ponte Per, CRBM, AMISNET (che avanza anche delle proposte su una gestione alternativa del petrolio iraqueno) chiedono di firmare la petizione online al ministro dell'economia Padoa Schioppa per chiedere che l'Italia, tramite l'ENI che è di proprietà statale per il 32%, si dissoci dal saccheggio delle risorse petrolifere iraquene.
Ancora una volta arriva la conferma che il sistema economico vigente, nel suo tentativo di monopolio delle risorse naturali, sta alla base dei conflitti mondiali, da cui si potrà uscire non solo con difficili manovre politiche (l'Italia ne è un esempio lampante), ma prima di tutto con la diffusione di un modello alternativo di sviluppo, come propone la Campagna per la riforma della Banca Mondiale.

mercoledì 21 febbraio 2007

CADUTA DI DIRITTO: bilancio di un anno di legislatura su diritti umani e civili

Le dimissioni di Romano Prodi, dopo il "cinque di picche" dei senatori sul voto in politica estera, autorizza a un bilancio di un anno di governo sul tema dei diritti umani e civili, indipendentemente da come si evolverà la situazione nelle prossime ore.
Le ingenti somme stanziate dalla Finanziaria per spese belliche e finanziamento delle missioni di "peacekeeping" in Iraq, Afghanistan e Libano hanno comportato tagli su numerosi settori della spesa pubblica, tra cui il taglio sulla cooperazione internazionale minacciato ma poi ritirato. Gli interessi economici e il prestigio internazionale sono stati il principale movente della politica estera, come dimostrano la spartizione da parte dell' ENI del petrolio iraqueno (si pensi anche alla drammatica vicenda dei tecnici rapiti in Darfur), la corsa con gli altri stati all'invio e al comando della missione UNIFIL in Libano, l'indifferenza per gli scopi militari dichiarati e l'impatto ambientale della base di Vicenza.
Rimanendo sul fronte ambientale, nonostante le recenti iniziative sul risparmio energetico e il fatto che le liberalizzazioni non abbiano toccato i beni di grande consumo come l'acqua, l'esecutivo è andato avanti sulla strada delle "grandi opere", come TAV e MOSE, di utilità discutibile e ma di danno ambientale non indifferente.
Non sono mancati tuttavia gli appelli a una soluzione politica e non militare dei recenti conflitti in corso nel mondo e una politica estera più coraggiosa della precedente nel criticare l'unilateralismo statunitense (come in occasione del bombardamento della Nigeria); importanti inoltre i viaggi diplomatici in Africa (l'Italia è l'unico stato a essersene interessato) e in India, con il richiamo del premier a Gandhi, e l'impegno contro la pena di morte.
Sul fronte dei diritti sono state perlomeno discusse le questioni delle unioni civili, dell'eutanasia e denunciate le violazioni del diritto nei C. P. T. per immigrati.
La caduta di un governo proprio su questioni riguardanti il tema della guerra, insieme alla decadenza di Blair a causa dell'invio delle truppe in Iraq e di Bush per il vietnam iraqueno, mostrano come la ricerca di una soluzione non militare ai problemi internazionali sia una necessità non solo legata ai diritti umani, ma anche nell'interesse della stabilità di ogni governo.

sabato 17 febbraio 2007

LA PACE PAZZA

"Un sabato antiamericano di paura", "100.000 matti in piazza", "Il pacifismo terrorizza Vicenza": sono questi i titoli di alcuni quotidiani a commento della grande manifestazione a Vicenza contro l'ampliamento della base militare, che costituisce, come si è già visto, una postazione per la prossima offensiva in Afghanistan e in Iraq annunciata dal congresso americano, oltre che causare un costo ambientale notevole. Eppure non si riesce ancora a uscire dalla logica della contrapposizione partitica, a capire che la pace è un valore che va oltre le definizioni, destra, sinistra, global, no global, americano, antiamericano. Il paradosso è che le parole che accompagnano una manifestazione contro la guerra, in cui un umanità uccide sè stessa, sono proprio termini bellici: "paura", "matti", "terrore", come se ad essere una pazzia, che mette paura e terrorizza, fosse la speranza di un futuro in cui i problemi si risolvano in altro modo, e non la guerra. Ancora più paradossali le parole di un capo di governo che per logiche di coalizione e reputazione internazionale da l'assenso a una base che, anche se usata per scopi dichiarati "civili", "abitativi", è pur sempre una base militare. E ciò stupisce ancora di più se si pensa che la stessa persona, qualche giorno prima, sulla tomba del Mahatma Gandhi, aveva dichiarato "Troppo spesso non abbiamo seguito il suo insegnamento", e elogiato Madre Teresa come "un esempio per tutti, un esempio di ciò di cui il mondo ha bisogno".
Una bandiera appesa a un balcone rappresenta la nostra condizione: la finestra da cui guardiamo il mondo può portare comunque un messaggio forte, che "occhio per occhio e il mondo diventa cieco" (M. K. Gandhi) .

martedì 9 gennaio 2007

TENDE ROSSE FRANCESI: Gli Enfants de Don Quichotte per il diritto alla casa

E' notizia di oggi l'assegnazione da parte del governo francese di 27.000 alloggi per i senza fissa dimora, dopo la protesta simbolica dell' associazione Médecins du Monde , che in un anno ha distribuito 400 tende ai senza tetto di Parigi, per salvarli dal freddo e dare visibilità al problema. A sensibilizzare l'opinione pubblica sulla condizione dei senza fissa dimora ha contribuito anche l'associazione Les Enfants de Don Quichotte che ha montato lungo il canale S. Martain 150 tende, occupate per la metà da veri senzatetto e per l'altra metà da francesi provvisti di casa. Una protesta resa necessaria, come afferma Le Monde, nell' "anno della crisi degli alloggi". Il problema della casa in Francia non riguarda solo i senzatetto, costretti a rifiutare l'alloggio nei centri di asilo, luoghi violenti e dove non è possibile la permanenza fissa, ma anche i cittadini comuni.
Nonostante le critiche all'iniziativa di Le Figarò, secondo cui gli alloggi ci sono e sarebbero altri i motivi per la protesta, Liberation parla di un "azione che ha saputo toccare la coscienza collettiva in un periodo dell’anno di consumismo sfrenato", cui fa eco Il Manifesto, definendo l'iniziativa "un nuovo modo di fare politica", data dalla mobilitazione di un intero paese mosso dall'indignazione grazie a poche persone.
Ma se "le tende non sono una soluzione ma la visibilità della mancanza di una soluzione" come ha dichiarato Didier Kussern, responsabile della sezione dedicata i senza dimora dell'associazione Emmaus, la soluzione per il lungo periodo sta nell'affrontare le cause del problema della mancanza di dimora, reinserendo nella società i senza fissa dimora, per cui si avanzano delle proposte, tra cui quella un Osservatorio nazionale sui senza dimora.
---
Fonti e info:

---

English abstract

Numerous French citizens, guided by the association Les Enfants de Don Quichotte, have slept in 200 tents along the channel S. Martain, in order to obtain a home for people living outside.

lunedì 8 gennaio 2007

LUCI ROSSE INDIANE: La banca per prostitute in India, tra sfruttamento di casta e crescita economica

L'India è una nazione in cui alla veloce crescita economica, superiore all'8%, si affiancano arretratezze nell'evoluzione dei diritti civili. Un inchiesta di The Indipendent denuncia lo sfruttamento subito dai bambini, impiegati come servitori domestici, nonostante l'entrata in vigore di una nuova legge, il Child Labour Act, dell'ottobre 2006, che vieta lo sfruttamento di minori al di sotto dei quattordici anni di eta’ come collaboratori domestici. Ma i pregiudizi di casta sopravvivono alla legge e alle pene in caso di sua violazione. Ai bambini viene così negato il diritto all'istruzione, con turni di lavoro di 18 ore al giorno e un salario che consente appena di sfamarsi. Alle percosse fisiche, si aggiungono le condizioni di disagio in cui sono costretti a vivere (vengono garantite solo due porzioni di riso al giorno, da consumare sul pavimento, mentre un bagno funge anche da camera da letto) per finire alle molestie sessuali e alle umiliazioni psicologiche per l'appartenenza di casta (i bambini vedono pulire gli oggetti per purificarli dal loro "impuro" contatto). E le denunce cadono nel vuoto, per corruzione o paura. Ma c'è un caso di conquista civile di un altra categoria che in India è esclusa dalla tutela dei diritti, le prostitute. In una società patrarcale le donne, tanto più se prostitute, non possono tenere denaro. Ma l'iniziativa di alcune di esse, che a Calcutta hanno iniziato a tenere e prestare denaro, ha portato alla fondazione, nel 1995, della Usha Multipurpose Cooperative Society, una banca per prostitute dove depositare o avere prestiti. Il successo di questa banca per nullatenenti, che conta 8000 soci e sta aprendo nuove filiali, è per molti aspetti simile alla Grameen Bank di Yunus. La banca infatti raccoglie a domicilio, e si rivolge ad altre prostitute garantendone un reddito e l'istruzione propria e dei figli, come la Grameen. La Usha ("alba") Society, fondata da una donna, prostituta, rappresenta un simbolo di riscatto economico e sociale e di emancipazione delle donne e delle minoranze nel mondo.
---
Fonti e info:

---

English Abstract

The foundation of the first bank for prostitutes in India represents a case of economic and social emancipation of the women in a country of economic increase but also of exploitation, as for example the slavery of children.

giovedì 4 gennaio 2007

L'ACQUA, IL PETROLIO DEL FUTURO

"Sull’acqua ci giochiamo tutto. Il problema non è più il petrolio. Al massimo entro 30 anni sarà finito e dovremo trovare altre fonti di energia". Sono queste le parole rilasciate in un intervista da Alex Zanotelli che evidenziano il crescente ruolo strategico dell'acqua. Infatti, nonostante la percezione comune di un bene illimitato, solo il 3% dell’acqua esistente al mondo è potabile, e di questo il 2,7% viene utilizzato dallla grande agricoltura industriale: 1 miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e tra 20 anni saranno 3 miliardi, anche se le risorse idriche globali basterebbero a fornire acqua potabile all'intera popolazione mondiale. Un discorso analogo vale per i servizi igienico-sanitari di base, negati a 2,6 miliardi di persone nei paesi in via di sviluppo, dall'Africa sub-sahariana a Cina e l'India per finire al popolo palestinese. "Più sei povero, più ti costa l'acqua", come recita il rapporto del United Nations Development Programme, che sottolinea il circolo vizioso per cui la povertà comporta mancanza d'acqua che impedisce l'uscita dalla povertà. Nel mondo si muore sei volte più per la mancanza di acqua potabile che per conflitti armati, basti pensare che 2 milioni di bambini ogni anno muoiono per patologie legate a carenze idriche. E la mancanza d'acqua nuoce anche all'ambiente, come avviene in Messico.
Sulle risorse idriche mondiali si stanno infatti indirizzando gli interessi delle grandi multinazionali dell'acqua (Suez, Vivendi, RWE-Thames Water, Danone, Nestlè...) che fanno pressione sulla Commissione europea, sul Parlamento europeo e sul WTO, l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, affinché l’acqua venga inclusa tra i servizi, ovvero diventi merce, sia liberalizzata. Ma sta avvenendo lo stesso anche in Italia, dove lo scorso 28 dicembre Catricalà, presidente dell’Autorità garante per la concorrenza e il Mercato (Antitrust), con una segnalazione inviata al Governo, chiede la liberalizzazione dell'acqua.
Zanotelli insiste che "È un intero sistema che va rivisto", per garantire a tutti soglie minime di accesso alle risorse idriche, pari a 50 litri gratuiti di acqua al giorno a testa, secondo il fabbisogno stabilito dalle organizzazioni mondiali. E' inoltre necessario un intervento della politica per l’ottimizzazione dei consumi.
Si è già visto come molti conflitti si giochino proprio sulle risorse naturali: la conservazione e la buona gestione delle risorse, l'accesso e scambio equo, sono i «colpi preventivi per salvaguardare la pace» nelle parole di Maathai Wangari.
Intanto ci sono il programma "Acqua per la vita"di Solidaria onlus per garantire ai paesi in via di sviluppo risorse idriche e la Campagna nazionale di raccolta firme "Acqua Pubblica", da sabato 13 gennaio in tutta Italia, perchè l'acqua sia e resti un bene pubblico, garantibile a tutti.
---
Info e fonti:

---

English abstract

Only 3% of the world-wide water are drinkable and in the world it more dies for water lack six times than for the wars. The water is a public good, that the multinationals of water want to privatize.

domenica 31 dicembre 2006

SPEGNERE L'INDIFFERENZA: L'egemonia del diritto degli USA e la mediatizzazione di vita e morte

Se c'è un seguito ancora peggiore all'impiccagione dopo un processo farsa di un uomo è la mediatizzazione della sua morte. Sono due i dati che emergono da quest'ultima puntata del reality iraqueno. Il primo è che il diritto internazionale, come nasce dalle ceneri della 2° guerra mondiale, è definitivamente superato. Emblematiche a questo proposito sono le parole di Giuliana Sgrena, che in un editoriale apparso oggi afferma <<Bush ha definito l'esecuzione di Saddam una pietra miliare (...) di quale democrazia? Quella dell'occupazione, di Abu Ghraib, dei massacri quotidiani, dell'illegalità, dei rapimenti, degli stupri (...) o quella del processo a Saddam Hussein (...) Perchè non si è voluto un tribunale internazionale?>>. Si possono aggiungere le leggi che legittimano la tortura, Guantanamo e i fatti legati a Nicola Calipari e Abu Omar. La vicenda di Saddam conferma definitivamente che le Nazioni Unite (UN) sono le Nazioni Unite d'America (UNA). Indicativo il fatto che anche in Italia, e non da posizioni estremistiche, si inizi a parlare, come fa Vittorio Zucconi sull'editoriale odierno su Repubblica, di un uscita da questa situazione di egemonia del diritto, che non può che partire da un processo a George W. Bush, con i capi d'accusa già formulati da tempo negli USA, come discusso su Harpers Magazine di Febbraio e Marzo e su The Nation di Gennaio.
Il secondo punto è il ruolo dei media, sempre più influenti nella formazione dell'opinione pubblica, come si è visto nella propaganda sulla guerra in Iraq. O per rimanere in Italia, basti pensare alla pubblicazione del video integrale dell'impiccagione sul sito di Repubblica o la macraba dovizia di particolari del TG1. Tutte informazioni ininfluenti a livello informativo, utili solo all'audience. C'è un fatto ancora peggiore, ancora più contro natura dell'umanità che uccide, viola i diritti di sè stessa: è l'umanità voyeur, abituè della morte dei suoi simili. Indifferenza e abitudine sono le vere armi di distrazione di massa. Un gesto semplice per rifiutare questa logica: la campagna spegnere i televisori.
---
English abstract
The farce of the process to Saddam Hussein and its homicide are only the last one of the violations of the international right of the USA. The United Nations do not exist more, replaced from the United Nations of America. But Still worse it is the fact that television, newspapers... speaks about death with the criterion of audience. To be against indifference, let's turn off television.