mercoledì 28 febbraio 2007

ECONOMIE DI DISTRUZIONE DI MASSA: alcune ragioni economiche del possibile attacco USA all'Iran

Indiscrezioni di questi ultimi giorni della stampa angloamericana (tra cui New Yorker, Indipendent) riferiscono che sono allo stato avanzato i preparativi per un attacco militare all’Iran. Un possibile intervento aereo sugli stabilimenti nucleari iraniani non sarebbe che uno sviluppo di quella “guerra fredda” che gli USA e Israele stanno conducendo ormai da tempo con l’Iran.Dalle provocazioni verbali iraniane sul nucleare e sull’esistenza di Israele, cui gli USA hanno risposto con sottili minacce e con la propaganda sulle intenzioni di un attacco nucleare iraniano, si è passati all’autorizzazione statunitense di uccidere agenti iraniani in Iraq. Tuttavia, al di là di questi screzi e di una potenzialità nucleare sottovalutata dagli stessi Israeliani, il reale movente di un possibile attacco all’Iran va cercato anche in motivazioni economiche.W. J. Clark, nel saggio del 2003 “Revisited: the real reason for the upcoming war with Iraq“, cita come ragione macroeconomica dell’attacco all’Iraq la volontà di riportare il dollaro come moneta di scambio, sperando di contrastare l’intenzione, espressa nel 2000 da paesi dell’OPEC come Iran, Iraq e Venezuela (che subì un colpo di stato nello stesso anno), di scambiare petrolio con l’euro; l’euro, infatti, oltre ad essere svalutato in maniera minore del dollaro, è la moneta della maggior parte dei paesi che scambiano petrolio con l’Iran. In questa direzione si inserisce inoltre l’intenzione del governo iraniano di aprire una borsa petrolifera alternativa alle due statunitensi. E’ chiaro che la riconversione petrolifera in euro intensificherebbe la crisi economica statunitense.Un secondo ordine di considerazioni sulle ragioni economiche alla base della scelta di attaccare l’Iran si fonda proprio sull’”economia di guerra” statunitense. Infatti, l’escalation terroristica in tutto il mondo che seguirebbe all’attacco iraniano non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco della propaganda dell’amministrazione Bush, legittimando ulteriori mire militari e favorendo sempre di più il passaggio, come lo definisce il Los Angeles Times, dalla new economy a una war economy come quella statunitense.Paradossalmente gli introiti dell’industria bellica, oltre ad essere il movente degli USA, possono costituire un ostacolo all’attacco, dato da Russia e Cina. L’opposizione delle due nazioni alle sanzioni nei confronti dell’Iran si fonda infatti sui cospicui scambi energetici e militari che Russia e Cina intrattengono con l’Iran.Se dietro ai piani di guerra all’Iran, al di là molte altre ragioni geopolitiche, sta lo spettro di motivazioni economiche, è chiaro che il problema vada affrontato alla radice, non solo tagliando il legame tra rilancio dell’economia, occupazione e sviluppo bellico (si pensi alla propaganda dei “centinaia” di nuovi posti di lavoro che fornirebbe la base Dal Molin di Vicenza), ma anche con un opera continua di smilitarizzazione e riconversione a scopi civili di aree e fondi stanziati a spese belliche (come nella Finanziaria 2006).

"TU VUO' FA' L'IRANIANO..": i rapporti tra Italia e Iran tra pacifismo e interessi dell'ENI

Stamane A. Larijani, negoziatore iraniano sul nucleare, ha dichiarato di aver ricevuto da R. Prodi delle idee per una soluzione pacifica del contenzioso sul nucleare iraniano. Questo fatto può essere visto non solo come un ulteriore testimonianza dell'impegno pacifista dell'Italia in sede internazionale, ma anche dei buoni rapporti diplomatici che in questi mesi il governo Prodi ha tenuto con l'Iran.
Ma fermarsi a queste considerazioni sarebbe una lettura superficiale della questione. L'Italia infatti, come affermato dal premier francese De Villepin, ha conoscenze approfondite della repubblica islamica, che le consentono di sapere come gestire anche la spinosa questione del nucleare: una conoscenza approfondita data dal fatto che l'Italia costituisce "il primo partner commerciale" di Tehran.
L'Iran è il tra i primi cinque produttori mondiali di petrolio, che viene gestito, (analogamente a quanto avveniva in Iraq prima della svolta liberista attuata dal protettorato statunitense) su controllo statale; ciò comporta che gli affari dei privati stranieri in questo settore sono vincolati a ragioni politiche; l'Italia è molto attiva nell'import di greggio e gas e nell'export di macchinari industriali di cui la repubblica islamica necessita. A conferma degli ottimi rapporti commerciali tra i due paesi si pensi alla fondazione di una Camera di Commercio Italo-Iraniana nel 1999 e all'accordo, nel 2001, tra la Banca iraniana Bank Markazi e l'UBAE Arab Italian Bank, joint-venture arabo-italiana per il finanziamento delle importazioni iraniane dall'Italia.
Non si vuole qui entrare nel dettaglio dei numerosi interscambi economici tra Italia e Iran, che investono i settori più svariati, ma concentrarsi su un'azienda italiana che si è distinta in questi anni nell'impegno commerciale estero: l'ENI, basti pensare a Nassyria o a all'Iraq.
L'ENI è attiva in Iran in due giacimenti, uno petrolifero e uno a gas. Benito Li Vigni, ex dirigente ENI e autore del libro "Le guerre del petrolio", descrive così in un'intervista gli interessi dell'ENI in Iran: "siamo stati i primi ad avere concessioni Buy-Back . Questo tipo di contratto prevede che la società petrolifera che trova un giacimento, nel nostro caso sempre l'Eni, può tenere per sé il ricavato della vendita del greggio fino a che non copre i costi che ha sostenuto per la ricerca, e dopo può trattenere solo il 25 per cento dei ricavi, dando il restante 75 per cento allo Stato. In Iran vige il Buy-Back e il PSA è bandito", aggiungendo che in caso di attacco all'Iran "l'Italia perderà con tutta probabilità i suoi giacimenti".
Risulta ora più chiaro come l'impegno dell'attuale governo Prodi a stemperare i toni della crisi e le sanzioni all'Iran vada ben oltre il ripudio italiano della guerra espresso dall'articolo 11.
Ma c'è un'altro aspetto interessante della questione: l'Italia, non smettendo di intrattenere, tramite l'ENI, rapporti commerciali con Tehran, viola l'ILSA, l'Iran-Libya Sanction Act, reso legge dall'amministrazione Bush nel 2001, che imporrebbe sanzioni a chi contribuisse a sviluppare le risorse petrolifere iraniane e libiche, contribuendo indirettamente a favorirne tramite l'arricchimento, l'ascesa al nucleare.
L'impegno "pacifista" dell'Italia nella crisi iraniana si pone così in linea con Russia e Cina: tutti paesi che avrebbero da perdere molto economicamente nella prospettiva di un attacco all'Iran. Le ragioni economiche si pongono così come movente ma anche come potenziale deterrente sulle sorti di un conflitto.

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venerdì 23 febbraio 2007

UN SECOLO D'ODIO: i soldati, carnefici e vittime della guerra

C'è un solo elemento che accomuna le parti in conflitto nella (o nelle) guerra civile iraquena: l'odio per l'esercito occupante. E alla luce di fatti come questi non c'è poi da stupirsi. Il sergente Paul Cortez, 24 anni, è stato condannato a 100 anni di reclusione per lo stupro di una ragazza di 14 anni e la strage della sua famiglia, padre, madre, e sorella di 7 anni. La confessione del sergente gli ha fatto evitare la condanna a morte, ottenendo inoltre, grazie al patteggiamento, la possibilità di libertà condizionata tra 10 anni. Le accuse di strage, stupro, violazione della propietà privata, cospirazione criminale, incendio doloso... gli sono state attribuite sulla base dei fatti del marzo 2006, quando Cortez e altri 4 soldati decisero di assalire la famiglia della ragazza, scelta per la presenza di un solo uomo. Dopo la violenza di gruppo, il corpo della ragazza viene bruciato per nasconderne la violenza e i familiari uccisi. Le altre condanne già stabilite ammontano a 90 anni per un altro compagno di Cortez e la radiazione dall'esercito per tutti i partecipanti alla strage.
Dei molti casi di violenza gratuita nei confronti della popolazione iraquena e afghana, in questi anni sono saliti alle cronache solo i più cruenti, per dovere di cronaca o forse più per vojeurismo di cronaca. Basti pensare alla profanazione di cadaveri e ostentazione di simboli del Terzo Reich da parte dei soldati tedeschi in Iraq, o la cremazione (vietata dall'Islam e dalle convenzioni di Ginevra) di talebani da parte dell'esercito USA, fino ai casi più noti di Abu Ghraib e Guantanamo. Tutta una costellazione di violazioni dei diritti umani che sono esiti "naturali" di quella zona franca del diritto, e dell'umanità, che è la guerra. Dall'innanuralità di un'umanità che uccide sè stessa non possono che seguire casi come questo, in cui la distinzione tra vittime e carnefici sfuma, fino a diventare nulla.
Soldati pescati in situazioni di disagio sociale ed economico, in cui la guerra rappresenta l'unica speranza concreta di occupazione, di rivalsa sociale, come mostra emblematicamente M. Moore in Fahrenheit 9/11: i figli dei senatori USA non vengono certo mandati al fronte. Soldati carnefici e a loro volta vittime, come mostrano l'impennata del tasso di suicidi dei marines in Iraq, di problemi mentali, e i casi crescenti di diserzione.

giovedì 22 febbraio 2007

B(ENI) IRAQUENI: appello online contro la svendita all'ENI del petrolio iraqueno

La storia inizia il 1° maggio del 2003, con l'insediamento alla guida dell'Iraq del proconsole statunitense Paul Bremer, dopo la deposizione di Saddam Hussein. Bremer costituisce la Coalition Provisional Authority (CPA, ora dissolta) che vara il nuovo assetto costituzionale iraqueno, composto tra l'altro di 100 ordinanze (orders) per la ricostruzione del sistema economico iraqueno e la gestione delle sue risorse.
Il leit motiv della nuova politica economica iraquena, come emerge dalle ordinanze, è la privatizzazione delle risorse di stato, non escluso il petrolio, che verrà prodotto e distribuito da multinazionali, sopratutto statunitensi, facendo quindi le veci della compagnia petrolifera di stato iraquena. Grazie al PSA, il Production sharing agreement, letteralmente "accordi di condivisione della produzione", il monopolio del greggio iraqueno sarà delle multinazionali estere per i prossimi 30 / 40 anni, con perdite da 2 a 7 volte il budget nazionale dell'Iraq. Ma c'è di più: a prender parte della svendita del petrolio iraqueno c'è l'ENI, ancora una volta all'apice delle cronache dopo il rapimento dei tecnici in Darfur e gli interessi a Nassirya.
E' per questo numerose ONG e associazioni, tra cui Un Ponte Per, CRBM, AMISNET (che avanza anche delle proposte su una gestione alternativa del petrolio iraqueno) chiedono di firmare la petizione online al ministro dell'economia Padoa Schioppa per chiedere che l'Italia, tramite l'ENI che è di proprietà statale per il 32%, si dissoci dal saccheggio delle risorse petrolifere iraquene.
Ancora una volta arriva la conferma che il sistema economico vigente, nel suo tentativo di monopolio delle risorse naturali, sta alla base dei conflitti mondiali, da cui si potrà uscire non solo con difficili manovre politiche (l'Italia ne è un esempio lampante), ma prima di tutto con la diffusione di un modello alternativo di sviluppo, come propone la Campagna per la riforma della Banca Mondiale.

mercoledì 21 febbraio 2007

CADUTA DI DIRITTO: bilancio di un anno di legislatura su diritti umani e civili

Le dimissioni di Romano Prodi, dopo il "cinque di picche" dei senatori sul voto in politica estera, autorizza a un bilancio di un anno di governo sul tema dei diritti umani e civili, indipendentemente da come si evolverà la situazione nelle prossime ore.
Le ingenti somme stanziate dalla Finanziaria per spese belliche e finanziamento delle missioni di "peacekeeping" in Iraq, Afghanistan e Libano hanno comportato tagli su numerosi settori della spesa pubblica, tra cui il taglio sulla cooperazione internazionale minacciato ma poi ritirato. Gli interessi economici e il prestigio internazionale sono stati il principale movente della politica estera, come dimostrano la spartizione da parte dell' ENI del petrolio iraqueno (si pensi anche alla drammatica vicenda dei tecnici rapiti in Darfur), la corsa con gli altri stati all'invio e al comando della missione UNIFIL in Libano, l'indifferenza per gli scopi militari dichiarati e l'impatto ambientale della base di Vicenza.
Rimanendo sul fronte ambientale, nonostante le recenti iniziative sul risparmio energetico e il fatto che le liberalizzazioni non abbiano toccato i beni di grande consumo come l'acqua, l'esecutivo è andato avanti sulla strada delle "grandi opere", come TAV e MOSE, di utilità discutibile e ma di danno ambientale non indifferente.
Non sono mancati tuttavia gli appelli a una soluzione politica e non militare dei recenti conflitti in corso nel mondo e una politica estera più coraggiosa della precedente nel criticare l'unilateralismo statunitense (come in occasione del bombardamento della Nigeria); importanti inoltre i viaggi diplomatici in Africa (l'Italia è l'unico stato a essersene interessato) e in India, con il richiamo del premier a Gandhi, e l'impegno contro la pena di morte.
Sul fronte dei diritti sono state perlomeno discusse le questioni delle unioni civili, dell'eutanasia e denunciate le violazioni del diritto nei C. P. T. per immigrati.
La caduta di un governo proprio su questioni riguardanti il tema della guerra, insieme alla decadenza di Blair a causa dell'invio delle truppe in Iraq e di Bush per il vietnam iraqueno, mostrano come la ricerca di una soluzione non militare ai problemi internazionali sia una necessità non solo legata ai diritti umani, ma anche nell'interesse della stabilità di ogni governo.

sabato 17 febbraio 2007

LA PACE PAZZA

"Un sabato antiamericano di paura", "100.000 matti in piazza", "Il pacifismo terrorizza Vicenza": sono questi i titoli di alcuni quotidiani a commento della grande manifestazione a Vicenza contro l'ampliamento della base militare, che costituisce, come si è già visto, una postazione per la prossima offensiva in Afghanistan e in Iraq annunciata dal congresso americano, oltre che causare un costo ambientale notevole. Eppure non si riesce ancora a uscire dalla logica della contrapposizione partitica, a capire che la pace è un valore che va oltre le definizioni, destra, sinistra, global, no global, americano, antiamericano. Il paradosso è che le parole che accompagnano una manifestazione contro la guerra, in cui un umanità uccide sè stessa, sono proprio termini bellici: "paura", "matti", "terrore", come se ad essere una pazzia, che mette paura e terrorizza, fosse la speranza di un futuro in cui i problemi si risolvano in altro modo, e non la guerra. Ancora più paradossali le parole di un capo di governo che per logiche di coalizione e reputazione internazionale da l'assenso a una base che, anche se usata per scopi dichiarati "civili", "abitativi", è pur sempre una base militare. E ciò stupisce ancora di più se si pensa che la stessa persona, qualche giorno prima, sulla tomba del Mahatma Gandhi, aveva dichiarato "Troppo spesso non abbiamo seguito il suo insegnamento", e elogiato Madre Teresa come "un esempio per tutti, un esempio di ciò di cui il mondo ha bisogno".
Una bandiera appesa a un balcone rappresenta la nostra condizione: la finestra da cui guardiamo il mondo può portare comunque un messaggio forte, che "occhio per occhio e il mondo diventa cieco" (M. K. Gandhi) .

martedì 9 gennaio 2007

TENDE ROSSE FRANCESI: Gli Enfants de Don Quichotte per il diritto alla casa

E' notizia di oggi l'assegnazione da parte del governo francese di 27.000 alloggi per i senza fissa dimora, dopo la protesta simbolica dell' associazione Médecins du Monde , che in un anno ha distribuito 400 tende ai senza tetto di Parigi, per salvarli dal freddo e dare visibilità al problema. A sensibilizzare l'opinione pubblica sulla condizione dei senza fissa dimora ha contribuito anche l'associazione Les Enfants de Don Quichotte che ha montato lungo il canale S. Martain 150 tende, occupate per la metà da veri senzatetto e per l'altra metà da francesi provvisti di casa. Una protesta resa necessaria, come afferma Le Monde, nell' "anno della crisi degli alloggi". Il problema della casa in Francia non riguarda solo i senzatetto, costretti a rifiutare l'alloggio nei centri di asilo, luoghi violenti e dove non è possibile la permanenza fissa, ma anche i cittadini comuni.
Nonostante le critiche all'iniziativa di Le Figarò, secondo cui gli alloggi ci sono e sarebbero altri i motivi per la protesta, Liberation parla di un "azione che ha saputo toccare la coscienza collettiva in un periodo dell’anno di consumismo sfrenato", cui fa eco Il Manifesto, definendo l'iniziativa "un nuovo modo di fare politica", data dalla mobilitazione di un intero paese mosso dall'indignazione grazie a poche persone.
Ma se "le tende non sono una soluzione ma la visibilità della mancanza di una soluzione" come ha dichiarato Didier Kussern, responsabile della sezione dedicata i senza dimora dell'associazione Emmaus, la soluzione per il lungo periodo sta nell'affrontare le cause del problema della mancanza di dimora, reinserendo nella società i senza fissa dimora, per cui si avanzano delle proposte, tra cui quella un Osservatorio nazionale sui senza dimora.
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Fonti e info:

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English abstract

Numerous French citizens, guided by the association Les Enfants de Don Quichotte, have slept in 200 tents along the channel S. Martain, in order to obtain a home for people living outside.

lunedì 8 gennaio 2007

LUCI ROSSE INDIANE: La banca per prostitute in India, tra sfruttamento di casta e crescita economica

L'India è una nazione in cui alla veloce crescita economica, superiore all'8%, si affiancano arretratezze nell'evoluzione dei diritti civili. Un inchiesta di The Indipendent denuncia lo sfruttamento subito dai bambini, impiegati come servitori domestici, nonostante l'entrata in vigore di una nuova legge, il Child Labour Act, dell'ottobre 2006, che vieta lo sfruttamento di minori al di sotto dei quattordici anni di eta’ come collaboratori domestici. Ma i pregiudizi di casta sopravvivono alla legge e alle pene in caso di sua violazione. Ai bambini viene così negato il diritto all'istruzione, con turni di lavoro di 18 ore al giorno e un salario che consente appena di sfamarsi. Alle percosse fisiche, si aggiungono le condizioni di disagio in cui sono costretti a vivere (vengono garantite solo due porzioni di riso al giorno, da consumare sul pavimento, mentre un bagno funge anche da camera da letto) per finire alle molestie sessuali e alle umiliazioni psicologiche per l'appartenenza di casta (i bambini vedono pulire gli oggetti per purificarli dal loro "impuro" contatto). E le denunce cadono nel vuoto, per corruzione o paura. Ma c'è un caso di conquista civile di un altra categoria che in India è esclusa dalla tutela dei diritti, le prostitute. In una società patrarcale le donne, tanto più se prostitute, non possono tenere denaro. Ma l'iniziativa di alcune di esse, che a Calcutta hanno iniziato a tenere e prestare denaro, ha portato alla fondazione, nel 1995, della Usha Multipurpose Cooperative Society, una banca per prostitute dove depositare o avere prestiti. Il successo di questa banca per nullatenenti, che conta 8000 soci e sta aprendo nuove filiali, è per molti aspetti simile alla Grameen Bank di Yunus. La banca infatti raccoglie a domicilio, e si rivolge ad altre prostitute garantendone un reddito e l'istruzione propria e dei figli, come la Grameen. La Usha ("alba") Society, fondata da una donna, prostituta, rappresenta un simbolo di riscatto economico e sociale e di emancipazione delle donne e delle minoranze nel mondo.
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Fonti e info:

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English Abstract

The foundation of the first bank for prostitutes in India represents a case of economic and social emancipation of the women in a country of economic increase but also of exploitation, as for example the slavery of children.

giovedì 4 gennaio 2007

L'ACQUA, IL PETROLIO DEL FUTURO

"Sull’acqua ci giochiamo tutto. Il problema non è più il petrolio. Al massimo entro 30 anni sarà finito e dovremo trovare altre fonti di energia". Sono queste le parole rilasciate in un intervista da Alex Zanotelli che evidenziano il crescente ruolo strategico dell'acqua. Infatti, nonostante la percezione comune di un bene illimitato, solo il 3% dell’acqua esistente al mondo è potabile, e di questo il 2,7% viene utilizzato dallla grande agricoltura industriale: 1 miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e tra 20 anni saranno 3 miliardi, anche se le risorse idriche globali basterebbero a fornire acqua potabile all'intera popolazione mondiale. Un discorso analogo vale per i servizi igienico-sanitari di base, negati a 2,6 miliardi di persone nei paesi in via di sviluppo, dall'Africa sub-sahariana a Cina e l'India per finire al popolo palestinese. "Più sei povero, più ti costa l'acqua", come recita il rapporto del United Nations Development Programme, che sottolinea il circolo vizioso per cui la povertà comporta mancanza d'acqua che impedisce l'uscita dalla povertà. Nel mondo si muore sei volte più per la mancanza di acqua potabile che per conflitti armati, basti pensare che 2 milioni di bambini ogni anno muoiono per patologie legate a carenze idriche. E la mancanza d'acqua nuoce anche all'ambiente, come avviene in Messico.
Sulle risorse idriche mondiali si stanno infatti indirizzando gli interessi delle grandi multinazionali dell'acqua (Suez, Vivendi, RWE-Thames Water, Danone, Nestlè...) che fanno pressione sulla Commissione europea, sul Parlamento europeo e sul WTO, l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, affinché l’acqua venga inclusa tra i servizi, ovvero diventi merce, sia liberalizzata. Ma sta avvenendo lo stesso anche in Italia, dove lo scorso 28 dicembre Catricalà, presidente dell’Autorità garante per la concorrenza e il Mercato (Antitrust), con una segnalazione inviata al Governo, chiede la liberalizzazione dell'acqua.
Zanotelli insiste che "È un intero sistema che va rivisto", per garantire a tutti soglie minime di accesso alle risorse idriche, pari a 50 litri gratuiti di acqua al giorno a testa, secondo il fabbisogno stabilito dalle organizzazioni mondiali. E' inoltre necessario un intervento della politica per l’ottimizzazione dei consumi.
Si è già visto come molti conflitti si giochino proprio sulle risorse naturali: la conservazione e la buona gestione delle risorse, l'accesso e scambio equo, sono i «colpi preventivi per salvaguardare la pace» nelle parole di Maathai Wangari.
Intanto ci sono il programma "Acqua per la vita"di Solidaria onlus per garantire ai paesi in via di sviluppo risorse idriche e la Campagna nazionale di raccolta firme "Acqua Pubblica", da sabato 13 gennaio in tutta Italia, perchè l'acqua sia e resti un bene pubblico, garantibile a tutti.
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Info e fonti:

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English abstract

Only 3% of the world-wide water are drinkable and in the world it more dies for water lack six times than for the wars. The water is a public good, that the multinationals of water want to privatize.

domenica 31 dicembre 2006

SPEGNERE L'INDIFFERENZA: L'egemonia del diritto degli USA e la mediatizzazione di vita e morte

Se c'è un seguito ancora peggiore all'impiccagione dopo un processo farsa di un uomo è la mediatizzazione della sua morte. Sono due i dati che emergono da quest'ultima puntata del reality iraqueno. Il primo è che il diritto internazionale, come nasce dalle ceneri della 2° guerra mondiale, è definitivamente superato. Emblematiche a questo proposito sono le parole di Giuliana Sgrena, che in un editoriale apparso oggi afferma <<Bush ha definito l'esecuzione di Saddam una pietra miliare (...) di quale democrazia? Quella dell'occupazione, di Abu Ghraib, dei massacri quotidiani, dell'illegalità, dei rapimenti, degli stupri (...) o quella del processo a Saddam Hussein (...) Perchè non si è voluto un tribunale internazionale?>>. Si possono aggiungere le leggi che legittimano la tortura, Guantanamo e i fatti legati a Nicola Calipari e Abu Omar. La vicenda di Saddam conferma definitivamente che le Nazioni Unite (UN) sono le Nazioni Unite d'America (UNA). Indicativo il fatto che anche in Italia, e non da posizioni estremistiche, si inizi a parlare, come fa Vittorio Zucconi sull'editoriale odierno su Repubblica, di un uscita da questa situazione di egemonia del diritto, che non può che partire da un processo a George W. Bush, con i capi d'accusa già formulati da tempo negli USA, come discusso su Harpers Magazine di Febbraio e Marzo e su The Nation di Gennaio.
Il secondo punto è il ruolo dei media, sempre più influenti nella formazione dell'opinione pubblica, come si è visto nella propaganda sulla guerra in Iraq. O per rimanere in Italia, basti pensare alla pubblicazione del video integrale dell'impiccagione sul sito di Repubblica o la macraba dovizia di particolari del TG1. Tutte informazioni ininfluenti a livello informativo, utili solo all'audience. C'è un fatto ancora peggiore, ancora più contro natura dell'umanità che uccide, viola i diritti di sè stessa: è l'umanità voyeur, abituè della morte dei suoi simili. Indifferenza e abitudine sono le vere armi di distrazione di massa. Un gesto semplice per rifiutare questa logica: la campagna spegnere i televisori.
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English abstract
The farce of the process to Saddam Hussein and its homicide are only the last one of the violations of the international right of the USA. The United Nations do not exist more, replaced from the United Nations of America. But Still worse it is the fact that television, newspapers... speaks about death with the criterion of audience. To be against indifference, let's turn off television.

sabato 30 dicembre 2006

GIOCHI DI CORDE E FILI

Il 2006 termina con due scene emblematiche di morte. In entrambe all'assenza di pietà, perdono, pace, si affianca la presenza di troppe opinioni, repliche, esaltazioni e critiche. Di un audience mediatica che non distingue tra vita, morte e natiche. Eppure ancora una volta la scelta dovrebbe cadere sul silenzio dello stupore. Il restare senza parole di chi ha ancora la capacità di meravigliarsi, di non abituarsi. Gli anni passano, ma a giocare col salto della corda altrui sono sempre altri. E' questo che mostrano i due fatti delle ultime ore. E per chi è rimasto senza parole non resta che usare le immagini, ancora una volta, quelle di un Welby portato via dal suo letto da un Cristo in croce e le scene di altre corde, altri fili, quelli che legano le vite di soldati, civili, dittatori. E ancora una volta, i burattinai si contano sulle dita di una mano. Tutti col volto coperto, come il cappuccio del boia. O i prigionieri di Abu Ghraib.
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venerdì 29 dicembre 2006

2006: IMMAGINI dal "migliore dei mondi possibili"

I fatti che hanno costellato il 2006 mostrano da sè la loro tragicità, senza bisogno delle mille parole di chi ha sempre un opinione su tutto, di chi pensa che il mondo si divida in bianco e nero. E' per questo che Communitaction sceglie di descrivere il 2006 che sta per finire con delle immagini da tre belle rassegne fotografiche: "2006: The year in pictures"del NY Times, "The best photos of the year 2006" del Time e "The state of the world"dell'agenzia Reuters.
Vogliamo riportare anche noi un immagine. E' una scena del Candide, versione teatrale dell' opera di Voltaire, che ironizza, nelle disavventure del protagonista, l'idea di Leibniz del nostro come il migliore dei mondi possibili. Nelle scene della piece si vedono i capi di stato ballare ubriachi e felici, sopra barili di petrolio. L'opera, la cui esibizione è già avvenuta in Francia, non verrà proiettata in Italia, si puntualizza "non per ragioni politiche". Ma non importa, la scena mostra come stanno le cose e dice che stanno così: il mondo nelle mani di 5 uomini.
Buon anno a tutti

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mercoledì 27 dicembre 2006

CADERE SOPRA UNA POZZA D'OLIO #2: Lo sfruttamento petrolifero dell'Africa

Il rapimento in Nigeria dei tecnici italiani dell'ENI il 6 Dicembre e i recenti disordini in Somalia e Darfur, hanno riportato l'attenzione sulla situazione dell' Africa, continente caratterizzato dal paradosso per cui alla vastità e alla ricchezza delle risorse minerarie e petrolifere si accompagna tuttavia una situazione di estrema povertà, riassunta nella denominazione di "terzo mondo". Le "guerre dimenticate" in Africa, ovvero escluse dalla copertura mediatica, hanno tra le loro cause proprio il tentativo di monopolio delle risorse naturali. E' il caso delle Corporation internazionali che "giustificano il loro comportamento come legittima difesa, ma in realtà l´ipotesi del banditismo viene spesso usata per mascherare la natura politica delle aggressioni" come afferma Javier Gonzalez, responsabile di Amnesty Italia per l´Africa Occidentale. Il riferimento non è solo ai depistaggi mediatici di compagnie petrolifere come Agip e Eni, ma anche al caso di Ken Saro Wiwa scrittore e leader di un movimento politico non violento che fu impiccato dieci anni fa con otto attivisti con l'accusa di banditismo, imputazione tuttavia << voluta dalle multinazionali del petrolio a cui non andava giù la loro campagna contro al devastazione sociale e ambientale del delta del Niger>> come ribadisce Gonzalez. La ripartizione delle risorse naturali rimane una delle cause maggiori delle guerre, come affermato da Wangari Maathai. Il monopolio delle risorse naturali altrui alimenta non solo conflitti civili come si assiste in Africa, ma si configura come la nuova forma di colonialismo, nascosta sotto i propositi di missioni umanitarie o della guerra al terrorismo. A questo proposito sono necessari il rispetto degli standard internazionali dei diritti umani come chiede Amnesty, chiedendo di aderire all'appello per la crisi in Darfur, per le donne della Sierra Leone e i bambini del Congo, oltre che una collaborazione tra multinazionali e governi locali, affinchè la redistribuzione delle risorse possa contribuire al raggiungimento dei Millennium Development Goals delle Nazioni Unite entro il 2015. Sul sito della BBC la rassegna "Africa's year in pictures: 2006".
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Fonti e Info:

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English Abstract

The tragic news from Somalia, Darfur and Nigeria brings back the attention on the exploitation of the natural resources, especially of the oil, that it is cause of wars.

lunedì 18 dicembre 2006

EMIGRAZIONE O EMARGINAZIONE? La Giornata internazionale dei Migranti tra diritti e repressione

Oggi, 18 dicembre, è la Giornata internazionale dei Migranti. 20 anni fa, il 18 Dicembre 1990, fu votata dalle Nazioni Unite la Convenzione internazionale per la protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, ma la Convenzione è entrata in vigore solo nel 2003, quando si è raggiunto un numero di stati sufficiente per la ratifica. E' da osservare che tra questi stati non ve n'è nessuno che appartenga alla UE, e l'unico che appartenga all'Europa è la Bosnia, la cui esperienza di migrazione seguita alla guerra civile ha spinto a comprendere il problema. Questo fatto non stupisce in considerazione alla luce di due dati: il rapporto annuale su razzismo e xenofobia del European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia (EUMC) che evidenzia come in Europa i casi di discriminazione e violenza razziale siano non solo numerosi, ma anche non documentati, per cui, come riportava un articolo dell'Unità sul tema "l'Europa è razzista e non lo sa"; inoltre, la difficoltà e lo "scarica barile" degli stati europei per firmare la Convenzione risiederebbe nella sua attenzione ai diritti dell'uomo in una prospettiva lata, che si riflette nella sua terminologia, in cui "nessun uomo viene definito clandestino e neppure irregolare. Qualcuno di noi potrebbe avere dei documenti che non sono considerati validi nello Stato in cui è ospitato" come afferma Manfred Bergmann, presidente del comitato antirazzista Durban Italia.
Rimane quindi un vuoto legislativo nella tutela dei diritti di persone che contribuiscono spesso in maniera determinante all'economia di uno stato, come ad esempio l'Italia, paese in cui, pur avendo conosciuto nel passato l'emigrazione, si registra il paradosso per cui senza immigrati sarebbe in recessione (secondo Luca Paolazzi su Il Sole 24 ore del 24 giugno 2001) ma il cui bisogno di lavoratori immigrati non trova risposta in una legge che ne regoli i flussi (articolo).
La recente protesta di Francesco Caruso e Haidi Giuliani, autoreclusosi nei CPT, i Centri di Permanenza Temporanea, per sollevare l'attenzione sul costante venir meno dei diritti in questi luoghi, non fa che confermare come accanto all'indispensabilità e alla necessità di tutelare il migrante come persona, sta la situazione per cui clandestino equivale a senza alcun diritto.
L'immigrazione oltre che una risorsa può certamente rivelarsi un problema, di sicurezza oltre che di integrazione. Ma i problemi vanno affrontati rintracciandone le cause ultime, non chiudendo una falla con muri contro l'immigrazione messicana al confine statunitense o con la repressione. All'apertura economica delle frontiere propria della globalizzazione, non può non accompagnarsi l'apertura delle frontiere da un punto di vista delle migrazioni, per disagio economico, per guerre, o mancanza di diritti: intervenire su queste cause è la soluzione dei disagi legati alle migrazioni.
Mettere muri per fermare le migrazioni o ghettizzare è come mettere una toppa sul tubo che perde: prima o poi la pressione dell'acqua la farà esplodere, come successo per le banlieues francesi poco tempo fa.
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Sui diritti dei migranti minori nei centri di detenzione, Amnesty International ha lanciato la campagna "Invisibili", per cui c'è un appello firmabile on-line per "chiedere alle istituzioni italiane di mettere fine alla detenzione generalizzata di bambini migranti e richiedenti asilo, di rispettare gli standard internazionali sui diritti umani, di approvare una legge organica sul diritto di asilo e di rendere trasparenti la gestione dei centri di detenzione e i dati statistici". Il 23-24 settembre si sono inoltre tenute le "Giornate dell'attivismo" Amnesty a sostegno della campagna.
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Info e fonti:
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English Abstract:
Today is the international migrant day: the migrations can be a resource but also a problem, to resolve in looking for their causes, that are poverty, wars... and not with repression and putting walls, like in the USA. The rights of the migrant go guaranteed like those of every person.

sabato 16 dicembre 2006

GLOBAL O NO GLOBAL? la globalizzazione economica tra sviluppo e povertà

Secondo il rapporto della Banca Mondiale la globalizzazione, nel suo aspetto economico di scambi internazionali di merci, è la vera soluzione dei problemi dei "terzi mondi". Gli esempi portati, si riferiscono a India e Cina. L'India, negli ultimi trent'anni, grazie al libero mercato, è passata dal 51% al 22% di numero di poveri; anche la Cina, da quando nel 2001 ha aderito al Wto, l'organizzazione mondiale del commercio, è diventata la quarta potenza economica mondiale, il terzo maggior esportatore del pianeta (sarà il primo nel 2010) e ha quasi raddoppiato il proprio prodotto interno lordo (da 1.300 miliardi di dollari ai 2.200 miliardi del 2005). E le previsioni sono altrettanto beneauguranti: nel 2006 la crescita economica dei paesi in via di sviluppo è quantificata per il 7%, nel 2007 e nel 2008 al 6%, più che doppia rispetto alla crescita economica dei Paesi ricchi, dove il Pil dovrebbe aumentare mediamente del 2,6%. L'aumento delle esportazioni è passato dal 14% di 20 anni fa al 40%, e per il 2030 è previsto al 65%. Nel 2030, il numero di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno si sarà dimezzato: da 1,1 miliardi scenderà a 550 milioni.
Tuttavia, l’Istituto mondiale per la ricerca sullo sviluppo economico dell’università dell'Onu ha portato dati diversi, quantificando lo squilibrio economico mondiale con un chiaro esempio: rappresentando tutta la popolazione mondiale attraverso un gruppo di dieci persone e riducendo a 100 dollari l’intera ricchezza mondiale, un solo individuo finirebbe per disporre di 99 dollari, mentre i restanti nove possiederebbero l’ultimo dollaro. Se Stati Uniti, Giappone ed Europa hanno infatti in mano l’84% di una ricchezza mondiale (gli USA il 34% della ricchezza, diviso per il suo 6% della popolazione mondiale), l'America Latina il 4%, la ricca Cina il 3% come l'Asia; fanalini di coda l'Africa con l' 1% e...sorpresa: l'altrettanto ricca India, con il suo 1%. In definitiva il 2% delle persone possiede più della metà di tutta la ricchezza e il 10% l’85% della ricchezza totale.
Il dato innovativo è che il parametro di valutazione non sono i redditi nazionali e individuali, le proprietà fisiche e finanziarie, cui vengono sottratti i debiti personali, che si può togliere con il credito: proprio la mancanza di un sistema assicurativo nei paesi in via di sviluppo, fatta eccezione per il microcredito, è una delle cause dell'impoverimento: secondo Sherman Katz, esperto di sviluppo economico, in un intervista per La Stampa, “l’incremento della ricchezza nell’era della globalizzazione favorisce coloro che già possiedono importanti capitali”. Questo spiega i dati ottimistici della Banca Mondiale, basati su paesi, come India e Cina, in cui i progressi sopracitati sono dovuti, come afferma De Belder di Oxfam, ai loro immensi mercati interni, mentre “i più piccoli fra i paesi in via di sviluppo devono guardare a strategie diverse”. Caso emblematico è l'Africa, in quanto paese in cui corruzione istituzionale e personale non qualificato comportano che non solo non possa fruire dei vantaggi del mercato globale riservati a India e Cina, ma anche ha portato a un maggiore impoverimento (vedi post). Per De Belder “non puoi avere la deregulation economica e al tempo stesso chiedere più regole per risolvere i problemi ambientali e sociali. Gli imprenditori locali in Africa non sono pronti a sostenere la concorrenza globale. Finché persisteranno le disuguaglianze, non potrà esserci un libero scambio benefico tra partner uguali”.
Queste testimonianze legano il problema dei progressi economici al tema dei diritti sociali e civili: una reale prospettiva di sviluppo non può che generarsi, al di là delle ricette economiche, siano esse liberiste o meno, senza una situazione di diritti e uguaglianza. In una parola, di pace.
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Fonti:

lunedì 11 dicembre 2006

COMMERCIO EQUO E...SNOB? Le critiche dell' Economist al commercio equo e solidale

Il commercio equo solidale e il conferimento del premio Nobel a Mohamad Yunus, l'inventore del microcredito, un altro modello economico di successo alternativo al sistema vigente, sono stati accomunati da un medesimo accusatore: l'Economist. La prestigiosa voce dell'economia neoliberista, dopo aver sollevato obiezioni all'annuncio del Nobel a Yunus, si schiera ora contro il commercio equo solidale: non è casuale che la critica venga posta in un periodo di maggiori consumi come quello natalizio, in cui si moltiplicano gli appelli a regali equo-solidali e nemmeno che la notizia sia stata diffusa in Italia da quotidiani fedeli alla linea dell'Economist, come Il Foglio e Il Giornale.
L'articolo pubblicato, constatando la crescita del "business" equo solidale, afferma che al contrario questo danneggerebbe uomo e ambiente, contrariamente al fine dichiarato di sostegno e sviluppo sostenibile.
Il commercio equo e solidale, ha infatti registrato una crescita nel 2005 del 37 %, raggiungendo 1,4 miliardi di dollari, tenendo anche conto del fatto che i prodotti sono venduti a un prezzo superiore a quello di mercato; cinque sono le obiezioni che solleva l’Economist:
  1. l’aumento dei prezzi di beni comuni, ad esempio il caffè, ne incoraggia la coltivazione, contribuendo così ad abbassare ulteriormente i prezzi ma escludendo gli agricoltori che non producono equo solidale;
  2. la certificazione equa e solidale verrebbe concessa sulla base di "pregiudizi politici", favorendo le cooperative ed escludendo le imprese famigliari;
  3. inoltre, l’esistenza di un prezzo minimo bloccherebbe la competizione commerciale;
  4. solo il 10 per cento della rendita equa e solidale, per l'Economist, andrebbe ai produttori, mentre il resto rimarrebbe a distributori e rivenditori;
  5. infine l'agricoltura biologica (spesso non biologica per l'Economist), danneggerebbe l'ambiente: alla riduzione delle distanze corrisponderebbe infatti un aumento dei viaggi e di conseguenza delle emissioni.

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Non è quindi, secondo l'Economist, il mutamento di sistema economico il modo per affrontare i problemi globali bensì “I veri cambiamenti richiedono decisioni dei governi" annoverando tra le possibili misure una carbon tax globale, la riforma del commercio internazionale, l’abolizione delle tariffe e dei sussidi all’agricoltura, con riferimento critico particolare alla politica agricola comune (Pac) europea. La posizione dell'Economist, giustamente ribadisce la responsabilità politica, come sottolineato più volte, sul mancato raggiungimento degli obiettivi cui tendono le iniziative globali per lo sviluppo dei paesi poveri; ma sottolineando l'inefficenza di un altra economia, come quella equo solidale, fa rientrare della finestra quella liberista: nonostante si calcoli che una maggiore libertà di scambio potrebbe far crescere del 5% il Pil africano e che quindi solo il modello liberista possa risollevare le sorti dei terzi mondi, queste stesse politiche, promosse dalla Banca Mondiale, in questi anni hanno mostrato il contrario (post).

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Carlo Maria Cipolla, nella sua discussione dell'argomento su Il Foglio del 9 Dicembre, scomoda anche la sociologia, individuando nello "snobismo politico e vezzo da ricchi" di chi acquista equo solidale la categoria antropologica di chi "causa un danno agli altri subendo egli stesso una perdita". E accanto a profili del consumatore equo e alla conseguente ironia e sufficenza, si avanzano le dietrologie, come quella di Eleonora Barbieri, che su Il Giornale del 9 Dicembre afferma che "quella dell'ambientalismo, in realtà, è solo una maschera: dietro, c'è il solito protezionismo vecchio stile". L'editoriale odierno di Repubblica di Edmondo Berselli, commentando il popolo dei fischi ricevuti al Motorshow dal Presidente del Consiglio Romano Prodi, parla di una parte di società "insensibile ai valori della solidarietà e dei diritti [...] congerie di individualismo insofferente delle regole, di consumismo immediato e irriflesso", non a caso fischi per una finanziaria e non a caso al Motorshow, luogo di "desideri indotti, ma reali", quelli di macchine costosissime, la cui ammirazione costa 25 euro del biglietto d'entrata.

Non è la prima volta che il commercio equo solidale viene messo sotto accusa: il 9 Settembre è stata la volta del Financial Times, cui è seguita la risposta di Fairtrade. Ma queste critiche, data la loro provenienza, e la scarsa fondatezza, hanno più il sapore di accuse ideologiche, a un fenomeno che proprio per la sua crescita e fecondità rappresenta un modello altro e di successo al sistema economico vigente.

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Fonti:

lunedì 4 dicembre 2006

L'ALTRA AMERICA: le nuove forme di "democrazia radicale" in America Latina

In queste ore si moltiplicano le notizie dall' America Latina: il venir meno, a causa delle loro gravi condizioni, di due simboli del passato, l'ex dittatore cileno Pinochet e il lider maximo di Cuba Castro, si affiancano a una nuova tendenza politica che sta sorgendo in questi anni. La rielezione odierna, a larga maggioranza, del venezuelano Hugo Chavez, consolida la tendenza politica socialista già vista con le vittorie di Rafael Correa in Ecuador, Luiz Inacio Lula da Silva in Brasile, Daniel Ortega in Nicaragua, e la presidentessa cilena Michelle Bachelet, oltre che nei governi di Cuba, Uruguay e Argentina. Tutte "nuove figure di democrazia radicale e modelli di gestione collettiva dei beni comuni", come afferma Antonio Negri in "GlobAL: Biopotere e lotte in America Latina".
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Correa, presidente dell'Ecuador, all'indomani della vittoria, ha affermato che verrà mantenuto il dollaro come moneta di stato ma che "oggi meno che mai firmerei un Trattato di libero commercio con gli Usa perché distruggerebbe la nostra agricoltura, la nostra economia". Le risorse per i previsti investimenti economici e sociali verranno da un diverso uso delle risorse energetiche - l'Ecuador è il 5° produttore di petrolio d'America latina - e da una possibile rinegoziazione del debito estero (pari a 10.000 milioni di dollari) con un possibile rientro dell'Ecuador nell'Opec. Correa inoltre ha affermato che non rinnoverà con gli Usa l’accordo sulla base militare di Manta e in generale postazioni militari straniere sulla propria terra.
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La cilena Bachelet si impegna per ridurre le differenze economiche tra ricchi e poveri e per far entrare le fasce deboli della popolazione nel processo di modernizzazione del Cile, infatti "si possono migliorare le condizioni di vita dei cileni senza per questo rallentare lo sviluppo del nostro sistema produttivo". La disuguaglianza tra uomo e donna si ridurrà, elevando la presenza femminile nel governo, con la creazione di maggiori posti di lavoro, specialmente per i giovani, e sulla riforma del welfare in senso solidaristico, con nuove misure a favore delle donne nel mondo del lavoro, l'aumento delle pensioni minime, cure ospedaliere gratuite per gli ultra sessantenni, 20 mila nuovi posti negli asili nido. E' prevista inoltre la creazione di un ministero dell'Ambiente e l'abolizione della leva obbligatoria.
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Per la prima volta nell’era moderna il Venezuela ha il 100% di alfabetizzazione. Grazie a Hugo Chavez (a sinistra nella foto con Evo Morales) il Venezuela è diventato il più grande produttore di petrolio che ne impiega le entrate per aiutare le classi più povere. Quando fu eletto per la prima volta, nel 1998, Chavez modificò la Costituzione per de-centralizzare il potere, eliminarne la corruzione e assegnarlo al popolo, da cui era escluso: “Gli indigeni – afferma la nuova costituzione – hanno il diritto di mantenere le proprie pratiche economiche, basate sulla reciprocità, sullo scambio e sulla solidarietà". E' stato inoltre avviato un programma per sconfiggere la povertà delle madri single. Secondo la costituzione, le donne hanno il diritto di essere pagate per il proprio lavoro e possono ottenere prestiti da una banca speciale. Da giugno, le casalinghe senza reddito possono ricevere uno stipendio di circa 120 dollari. Una legge del 2001 abolisce inoltre il latifondo redistribuendo le terre a quel 60% di popolazione che ne godeva solo dell'1%. Fresco di nomina, Chavez ha in programma cure mediche per tutti, case al posto delle baracche, ragazzi all'università con stipendio minimo, nuove città che vuotino le favelas.
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Dopo la nazionalizzazione di gas e petrolio, ai fini di mettere fine al "saccheggio delle risorse naturali, che dura da 500 anni" anche il bolivano Evo Morales ha avviato la ridistribuzione delle terre ai contadini, abolendo il latifondo. Saranno circa 2.5 milioni le persone che beneficeranno di questa nuova legge con 14 milioni di ettari di territorio da restituire alla popolazioni indigene.
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In un documento statunitense, la "Doctrine for asymmetric war against Venezuela" dell'Ottobre del 2005, il Venezuela di Chavez è visto come "la peggior minaccia da Unione Sovietica e comunismo", come testimoniano i passati tentativi di golpe appoggiati dagli Stati Uniti. Una minaccia non certo militare, ma perchè questi esempi costituiscono modelli alternativi, e di successo, a quello statunitense.
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Info:

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English Version (Abstract)

The socialist governments who rise in South America, for example that one of Correa in Ecuador, Bachelet in Chile, Morales in Bolivia and Chavez in Venezuela, propose a new political, alternative model to that one of the USA, with more rights and richness for the poor ones.

sabato 2 dicembre 2006

2/12: DAL MOLIN...ALLA GUERRA? la manifestazione vicentina contro la base militare USA

Oggi si terrà una manifestazione a Vicenza, sicuramente oscurata da quella di Roma e Palermo dell'opposizione di governo contro la Finanziaria, contro l'edificazione della più grande base Usa in Europa presso l'aeroporto "Dal Molin"(e la seconda in città oltre alla Ederle) con adesioni di gruppi politici, sindacali, cattolici, ma prima di tutto di cittadini, vicentini, italiani e statunitensi, oltre all'appoggio di Noam Chomsky e di Emergency. La protesta, oltre che per ragioni ideali di contrarietà alla militarizzazione del nostro paese, contraria all'impegno per la pace sancito dall'articolo 11 della costituzione, trova anche altre motivazioni.
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Come rilevato dagli studi effettuati dall'Ing. Vivian e dal Centro di studi di Bonn sulla Conversione in aree militari, la costruzione della base comporterebbe un impatto ambientale ed economico notevole sulla città, con consumi pari a "30.000 vicentini per l'acqua, 5.500 per il gas naturale, 26.000 per l'energia elettrica", tenendo conto della non sottoscrizione da parte degli USA del protocollo di Kyoto, che viene applicata alle basi, dove vige la legislazione statunitense. A questo si aggiungono le conseguenze economiche causate dalla diminuzione dell'insediamento vicino alla zona militare -per paura di attentati (l'attenzione per la vicenda della televisione Al-Arabiya ne è la conferma) e per l'inquinamento- con la conseguente svalutazione del 30% degli immobili, che significa meno entrate per il Comune, meno turismo, meno occupazione.
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Ma quel cui si assiste dietro il progetto è la corsa agli appalti: tra le 22 aziende finora in lista, aziende italiane e non, immobiliari e di altri ambiti, spicca quello di Telecom Italia. Le dichiarazioni beneauguranti sui fini unicamente "abitativi" dell'area, ricalcano quella "politica del sorriso" (di cui parla Andrea Licata dell'Università di Trieste), che nulla tuttavia esclude riguardo all'utilizzo della base, in funzione bellica, per il futuro, come confermano le dichiarazioni di un generale statunitense e le fonti statunitensi: il "Dal Molin" fa parte di un progetto europeo ai fini dell'invio di maggiori truppe in Iraq e Afghanistan.
La corsa agli appalti, e le ingenti somme stanziate dal Congresso americano per la costruzione dell'area, conferma come la guerra e tutto ciò che vi è legato, sia un fattore essenziale di possibilità e rilancio economico, la cui risposta non può che essere, come suggerisce Licata, quella di farsi sentire con azioni non violente di massa, come la manifestazione, il referendum previsto per ottobre e il boicottaggio economico e politico.
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Info:

venerdì 1 dicembre 2006

CADERE SOPRA UNA POZZA D'OLIO: la missione di peacekeeping a Nassirya e gli interessi dell' ENI

Si è conclusa oggi, con il gesto di rito dell'ammaiana bandiera, la missione di peacekeeping italiana in Iraq, località Nassirya. Nella giornata del 12 dicembre 2003, un attentato colpisce la base italiana, uccidendo, tra gli altri, 19 italiani, tra carabinieri, militari dell'esercito e due civili, un regista e un cooperante. Tre anni dopo, il 27 aprile 2006, è la volta di altri tre militari, dopo che il loro convoglio passa su una mina. Non passano 2 mesi che il 5 giugno 2006 per un altro attentato, nei pressi di Nassirya. La missione "Antica Babilonia" totalizza così tre anni di durata e 38 vittime, sullo sfondo della retorica bipartisan della politica, che è riuscita ad oscurare i fini nobili della manifestazione di pace per la Palestina del 18 novembre ma, sopratutto, non è riuscita a garantire il rispetto, fatto di silenzio, che si deve ai familiari delle vittime, che ora chiedono "verità sull'accaduto". Il metallo delle targhe ai loro caduti basta poco, tanto meno le piazze intitolate a loro nome in tutta Italia, come dimostrano le loro parole nel terzo anniversario del primo attentato, "cerco di trovare una giustificazione per quello che è successo ma non riesco a trovarla". Una giustificazione, per capire come si possa morire in una missione di pace.
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"Antica Babilonia": un nome non casuale, perchè l'obiettivo dichiarato della missione italiana era anche quello di salvaguardare le risorse archeologiche del paese, da parte di un paese, come l'Italia, talmente impegnato dall'iniziativa dal sacrificare i fondi dell' 8 per mille destinato al proprio patrimonio archeologico per destinarlo all'Iraq (vedi post). Ma si sa, la polvere da sparo puzza di zolfo...ma anche un pò di benzina. Non un pieno della punto, ma 5 miliardi di barili, dei 400 presenti sul territorio iraqueno . E' questa la quantità di petrolio che, in base a un accordo tra Saddam Hussein e l'Eni, risalente al 1997, interrottosi per la richiesta di Saddam Hussein della fine dell'embargo come contropartita, doveva essere sfruttata nella zona di Nassirya. La vastità dei giacimenti petroliferi iraqueni è emersa da uno studio commissionato dal ministero per le Attività produttive, che, sei mesi prima dell'inizio della guerra in Iraq, parlava di un "affare di 300 miliardi di dollari". E cosi' si scopre, grazie a un inchiesta di Rainews 24 del 13 maggio 2005, che l'Italia ha innovato il concetto di peacekeeping, includendovi la scorta di barili di petrolio e il sorvegliamento di centrali petrolifere, per conto dell'Eni, con la complicità del precedente governo, come esplicitamente dichiarato a Libero, il 21 gennaio 2005, da parte dell'allora Presidente della commissione Esteri Gustavo Selva: “Basta con l’ipocrisia dell’intervento umanitario (…) Abbiamo dovuto mascherare Antica Babilonia come operazione umanitaria perché altrimenti dal Colle non sarebbe mai arrivato il via libera”. L'attentato di Nassirya, come ha scritto il corrispondente del Sole24 Ore Claudio Gatti, non era diretto contro il nostro contingente militare, ma contro l'Eni, proprietaria della raffineria presso cui la prima base militare italiana era ubicata.
L'inchiesta ha dato forse la giusificazione ai familiari dei caduti, nero su bianco, con tanto di contratto. Contratto in forse, dato che l'occupazione dell'Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno fatto sì che le tre grandi concessioni all'Eni siano congelate.
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COSA POSSIAMO FARE:
  • guardate il reportage, è bello, impiega poco del vostro tempo e ci riguarda tutti, in quanto Italiani. Segnalo anche un altro reportage di rainews24, sulla guerra iraquena, intitolato "Falluja, la strage nascosta", sul bombardamento al fosforo a Falluja, di cui è in atto una sottoscrizione affinchè sia trasmesso in prima serata, da firmare on line.
Fonti:

giovedì 30 novembre 2006

GAME OVER: i "PAPPAGALLI VERDI", armi di mutilazione di massa

Oggi, alle ore 14, alla Camera dei Deputati, si è tenuta una conferenza stampa per la presentazione del disegno di legge per la modifica della legge 374/97 (messa al bando delle mine antipersona) al fine di estenderne la rilevanza anche alle cluster bombs, le bombe a grappolo. La proposta di legge, promossa dalla Campagna Italiana contro le Mine, ha raccolto le firme di deputati e senatori di maggiornaza e opposizione (Ulivo, Forza Italia, Rifondazione Comunista, Gruppo delle Autonomie, Verdi, Alleanza nazionale, Comunisti Italiani, Italia dei Valori).
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AZIONE ED EFFETTI DELLE BOMBE A GRAPPOLO
Le cluster bombs sono composte da un contenitore del peso di circa mezza tonnellata, che, sganciato da un aereo, si apre ad un'altezza prestabilita mediante una piccola carica e fa uscire, mentre cade, 200-250 piccole bombe contenute al suo interno, che scendono con un piccolo paracadute provvisto su ciascuna carica, per andare a fissarsi su veicoli militari in movimento, grazie a un sensore di cui sono dotate. Tuttavia, quando i sensori delle mine non trovano alcun bersaglio su cui posarsi, si disperdono sul terreno inesplose in una percentuale tra il 10 e il 30%, provocando non solo difficoltà di bonifica, data la vastità delle aree che ricoprono, ma anche la futura inagibilità dei terreni su ciui si posano (spesso coltivabili, gettando ancor più nella miseria interi villaggi).
Si pensi che l'area impegnata è un perimetro ovale di 1500-2000 metri per 500-700, e un bombardiere può trasportare fino a trenta contenitori e quindi colpire anche 7500 volte un territorio nello stesso momento. Ma il fatto più importante è dato dalla pericolosità per chi dovesse pestarle, date le piccole dimensioni, o addirittura toccarle con mano, come succede ai bambini che, attirati dalla forma a uccello delle cluster e dai colori sgargianti, le raccolgono per gioco o per rivenderne il metallo al mercato (non a caso in Afghanistan paese più colpito da questi ordigni, sono chiamati "pappagalli verdi", come raccontato nell'omonimo libro di Gino Strada), perchè provocano mutilazioni, o la morte istantanea.
Ma le cluster che disperdono piccole subminizioni, ovvero le CBU 89, sono solo un modello della collezione. Per avere un idea degli effetti letali sul corpo delle bombe a grappolo, si consideri che le CBU (cluster bomb unit) 26, utilizzate in Laos, contengono 670 munizioni della grandezza di una palla da tennis, ciascuna delle quali contiene 300 frammenti metallici. Se tutte le bombe esplodono, circa 200.000 frammenti d’acciaio sono sparsi su un’area della grandezza di qualcosa come 350 campi di calcio e la velocità d'urto dei frammenti produce onde pressorie all’interno del corpo che determinano danni ai tessuti molli e agli organi interni: un solo frammento che colpisce una persona può determinare rottura della milza o dell'intestino. E questi non sono effetti collaterali ma lo scopo per cui sono le CBU 26 sono progettate. La WDU-4, usata in Indocina, conteneva 6.000 freccette metalliche che venivano rilasciate poco sopra le teste delle vittime. Le CBU- 41 contengono submunizioni riempite con il napalm, e l’Honest John trasporta 368 bombette riempite con gas nervino sarin.
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IN EUROPA
La terribile eredità di questi ordigni, hanno spinto le Nazioni Unite a un appello per una moratoria immediata, con la revisione della Convention on conventional weapons, redatta da 100 stati. Nel frattempo il parlamento svizzero è impegnato nel sancirne il divieto, eliminando i 200mila esemplari di cluster bombs e in analoga direzione si stanno muovendo Belgio e Norvegia. La Campagna "Stop cluster munitions" chiede che questi ordigni siano equiparati alle mine antipersona e che siano messi al bando: secondo l'organizzazione non governativa "Handicap international", dal 1973 le cluster bombs avrebbero provocato più di 11mila vittime e 33 milioni sarebbero gli ordigni rimasti inesplosi sul terreno. Tuttavia sono 57, tra cui 11 in UE, i paesi che ancora le hanno, tra cui 32 (Tra cui Francia, Spagna e Inghilterra) che le producono: tra gli altri, l'Italia.
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DOVE SONO?
Moltissime sono le aree in cui sono diffuse, Laos, Vietnam, Cambogia, Sudan, Iraq, Kuwait, Yugoslavia, Kosovo, Etiopia, Cecenia ed Afghanistan (vedi la mappa interattiva). Ultimo arrivato il Libano: secondo fonti delle Nazioni Unite Israele ha lanciato oltre 4 milioni di bombe a grappolo nel sud del Libano in poco più di un mese di guerra e viceversa sono state lanciate in Israele, come afferma una denucia di Amnesty International.
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E IN ITALIA?
Secondo la Campagna italiana contro le mine "l’Italia non ha ancora ratificato il V protocollo della Convenzione sull’uso d’armi convenzionali (Ccw) che riguarda gli ordigni inesplosi e la bonifica dei siti contaminati.” Inoltre un'inchiesta di Rainews24 ha dimostrato che la Simmel Difesa , nonostante le dichiarazioni contrarie pubblicate sul sito, continua a esportare componenti di cluster. Grazie all'impegno di Campagna contro le mine e Rete Disarmo si è arrivati al Disegno di Legge per l’inclusione delle cluster bombs nel bando della produzione delle mine antipersona (legge 374/97).
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IL DIRITTO MINATO
Il protocollo del 2003 sui residui esplosivi delle guerre non basta più, secondo la Croce Rossa. L'uso Israeliano di bombe a grappolo, costituisce una violazione del diritto internazionale bellico, come affermato da Human Rights Watch. Le mine antiuomo sono state messe al bando da un trattato internazionale del 1997. Ma gli Stati Uniti e Israele sono tra i pochissimi Stati che hanno sempre rifiutato di sottoscriverlo. Le cluster sono infatti la versione moderna delle vecchie mine antipersona che, con il Trattato di Ottawa, del 1997 sono state messe al bando. Ma Nicoletta Dentico, della Campagna contro le mine, afferma che “Le leggi internazionali definiscono criteri chiari per ridurre al massimo i danni per le popolazioni inermi. Gli obiettivi permessi sono solo quelli militari, l’uso di armi indiscriminate è proibito. Dove sono finite le regole? Se il diritto è violato non vuol dire che è morto. [...] Dopo Ottawa, le cluster rilanciano il discorso sulle violazioni del diritto anche in condizioni di guerra. Spetta alla società civile di tutto il mondo far emergere la tragedia e imporre soluzioni”. Inoltre, secondo una testimonianza di un ex marines, le cluster bombs "Sono usate dappertutto. Se lei parlasse con un ufficiale dell’artiglieria dei marines, lui le darebbe la frase giusta, la risposta politicamente corretta. Ma per il soldato medio sono dappertutto. Se si entrava in una città, si sapeva che ci sarebbero state delle bombe a grappolo intermittenti. Le bombe a grappolo sono armi anti-uomo. Non sono precise. Non danneggiano gli edifici e i carri armati. Solo le persone e le cose viventi". Ma, a dispetto del fatto che le bombe a grappolo sono le armi più presenti negli arsenali degli Stati Uniti e della Nato, il 3 Dicembre 2001, al Parlamento Europeo, è passata una risoluzione che chiede l’immediata moratoria internazionale sul loro impiego.
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Info:
COSA POSSIAMO FARE