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sabato 24 marzo 2007

L'ALTRA STRADA PER LA PACE: la novità della mediazione umanitaria di Emergency

La liberazione di Daniele Mastrogiacomo, grazie all'intervento di mediazione dell'ONG Emergency, ha inaugurato una nuova forma di intervento nell'ambito di un conflitto. La risoluzione positiva della vicenda per il giornalista italiano fa riflettere sulle motivazioni che possono aver spinto i Taliban alla liberazione di un uomo con la grave accusa di essere una spia, oltretutto al soldo delle truppe occupanti.
  1. L'uccisione, peraltro cruenta, dell'interprete afghano al seguito di Mastrogiacomo non fa certo pensare a un'atto di clemenza dei Taliban;
  2. Sembra peraltro riduttivo pensare a un compromesso dei Taliban una volta ottenuta la scarcerazione di alcuni loro capi (ma non il ritiro del contingente italiano): anzi, l'uccisione del giornalista avrebbe potuto portare a un ripensamento del rifinanziamento italiano alla missione ISAF;
  3. In terzo luogo, seppure importanti, non penso che gli appelli della popolazione italiana alla liberazione possano davvero aver influenzato il rilascio, come mostrano i casi passati di giornalisti rapiti e giustiziati;

Nonostante gli attori della vicenda siano stati molteplici (i Servizi Segreti italiani, il governo Karzai, e pure, pur nelle critiche seguite, gli USA), è dominio comune la centralità nella mediazione di Emergency. L'ospedale afghano dell'ONG cura gratuitamente chi vi si presenta, senza distinzione di età, credo religioso o appartenenza politica: detto in una parola, cura anche i guerriglieri Taliban. Non soffermandomi qui sull'importanza pratica e simbolica di questa iniziativa, che risponde appieno alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, voglio sottolineare come l'apertura di un confronto civile con i Taliban e la soluzione pacifica che ne è seguita sia stata proprio merito di un organizzazione che svolge una vera missione umanitaria, fatta non con armi e bombe, ma con cure mediche libere e aperte a tutti. Il dialogo dei Taliban con Emergency mostra la considerazione positiva dell'ONG nel paese, anche tra le frange estremiste, che non può non aver influenzato la liberazione di Mastrogiacomo. E forse proprio la diversa sorte toccata all'italiano rispetto all'afghano sta nell'italianità dell'ONG, e nella considerazione positiva che ne deriva per l'Italia presso la popolazione afghana.

Ne concludo che se veramente il rifinanziamento della missione italiana ISAF è fatto in funzione umanitaria, e se la permanenza del contingente italiano è vista come la condizione essenziale per avviare la guerra afghana verso un'esito pacifico, come espresso dal ministro D'Alema, essa vada ripensata, cambiata nei suoi connotati proprio alla luce di questa esperienza positiva.

Tendiamo a pensare all'idea di una Conferenza di Pace che coinvolga i Taliban un'idea addirittura rivoluzionaria, sicuramente controcorrente con le strategie in voga, come le "offensive primaverili". Ma proprio perchè controcorrente, la Conferenza di Pace non potrà avvenire finchè non si realizzi un passo effettivo, e non solo simbolico, verso la pace, che pensiamo non possa che avvenire con il ritiro del contingente italiano o con una seria ridefinizione dei presupposti e dei fini della missione ISAF. Trovare una soluzione alternativa all'offensiva militare non significa certo supportare i Taliban o auspicare un loro ritorno al potere. Ma la guerra in Afghanistan, considerata la distanza tra i numerosi morti civili e militari (per rimanere aggiornati si veda peacereporter), la distruzione del paese e i pochi risultati raggiunti, è una violazione dei diritti umani al pari del regime Taliban.

Ripensare la missione in Afghanistan significa partire dalla "convinzione che nulla sia comparabile al valore di un’esistenza umana e che, quando concretamente sia in pericolo un’esistenza umana, per salvarla si debba compiere ogni atto che non ne distrugga direttamente altre" come recita il comunicato stampa di Emergency in merito alla vicenda Mastrogiacomo. Se l'Italia vuole seguire la propria convinzione pacifista con la Conferenza di Pace, non è solo necessario creare un'unità europea come quella auspicata ieri dal Presidente Napolitano, ma anche dare alla popolazione afghana il ruolo di protagonista della propria rinascita, e non quello di vittima: ma per far ciò sono forse più necessarie delle armi opere come quella di Emergency (in parte peraltro finanziata dall'Italia) nuove infrastrutture, la depurazione dell'acqua...Un popolo sano e vivo saprà decidere autonomamente per la democrazia, se la vorrà. Ma la missione ISAF, con le sue vittime civili e i suoi bombardamenti, non può che portare inimicizia per l'Occidente e supporto ai Taliban, rendendo vana non solo una "vittoria" militare ma anche una reale volontà di democrazia del popolo afghano.

mercoledì 21 febbraio 2007

CADUTA DI DIRITTO: bilancio di un anno di legislatura su diritti umani e civili

Le dimissioni di Romano Prodi, dopo il "cinque di picche" dei senatori sul voto in politica estera, autorizza a un bilancio di un anno di governo sul tema dei diritti umani e civili, indipendentemente da come si evolverà la situazione nelle prossime ore.
Le ingenti somme stanziate dalla Finanziaria per spese belliche e finanziamento delle missioni di "peacekeeping" in Iraq, Afghanistan e Libano hanno comportato tagli su numerosi settori della spesa pubblica, tra cui il taglio sulla cooperazione internazionale minacciato ma poi ritirato. Gli interessi economici e il prestigio internazionale sono stati il principale movente della politica estera, come dimostrano la spartizione da parte dell' ENI del petrolio iraqueno (si pensi anche alla drammatica vicenda dei tecnici rapiti in Darfur), la corsa con gli altri stati all'invio e al comando della missione UNIFIL in Libano, l'indifferenza per gli scopi militari dichiarati e l'impatto ambientale della base di Vicenza.
Rimanendo sul fronte ambientale, nonostante le recenti iniziative sul risparmio energetico e il fatto che le liberalizzazioni non abbiano toccato i beni di grande consumo come l'acqua, l'esecutivo è andato avanti sulla strada delle "grandi opere", come TAV e MOSE, di utilità discutibile e ma di danno ambientale non indifferente.
Non sono mancati tuttavia gli appelli a una soluzione politica e non militare dei recenti conflitti in corso nel mondo e una politica estera più coraggiosa della precedente nel criticare l'unilateralismo statunitense (come in occasione del bombardamento della Nigeria); importanti inoltre i viaggi diplomatici in Africa (l'Italia è l'unico stato a essersene interessato) e in India, con il richiamo del premier a Gandhi, e l'impegno contro la pena di morte.
Sul fronte dei diritti sono state perlomeno discusse le questioni delle unioni civili, dell'eutanasia e denunciate le violazioni del diritto nei C. P. T. per immigrati.
La caduta di un governo proprio su questioni riguardanti il tema della guerra, insieme alla decadenza di Blair a causa dell'invio delle truppe in Iraq e di Bush per il vietnam iraqueno, mostrano come la ricerca di una soluzione non militare ai problemi internazionali sia una necessità non solo legata ai diritti umani, ma anche nell'interesse della stabilità di ogni governo.

sabato 17 febbraio 2007

LA PACE PAZZA

"Un sabato antiamericano di paura", "100.000 matti in piazza", "Il pacifismo terrorizza Vicenza": sono questi i titoli di alcuni quotidiani a commento della grande manifestazione a Vicenza contro l'ampliamento della base militare, che costituisce, come si è già visto, una postazione per la prossima offensiva in Afghanistan e in Iraq annunciata dal congresso americano, oltre che causare un costo ambientale notevole. Eppure non si riesce ancora a uscire dalla logica della contrapposizione partitica, a capire che la pace è un valore che va oltre le definizioni, destra, sinistra, global, no global, americano, antiamericano. Il paradosso è che le parole che accompagnano una manifestazione contro la guerra, in cui un umanità uccide sè stessa, sono proprio termini bellici: "paura", "matti", "terrore", come se ad essere una pazzia, che mette paura e terrorizza, fosse la speranza di un futuro in cui i problemi si risolvano in altro modo, e non la guerra. Ancora più paradossali le parole di un capo di governo che per logiche di coalizione e reputazione internazionale da l'assenso a una base che, anche se usata per scopi dichiarati "civili", "abitativi", è pur sempre una base militare. E ciò stupisce ancora di più se si pensa che la stessa persona, qualche giorno prima, sulla tomba del Mahatma Gandhi, aveva dichiarato "Troppo spesso non abbiamo seguito il suo insegnamento", e elogiato Madre Teresa come "un esempio per tutti, un esempio di ciò di cui il mondo ha bisogno".
Una bandiera appesa a un balcone rappresenta la nostra condizione: la finestra da cui guardiamo il mondo può portare comunque un messaggio forte, che "occhio per occhio e il mondo diventa cieco" (M. K. Gandhi) .

venerdì 24 novembre 2006

PER LA PACE #5: GLI STATI UNITI...DELLA COOPERAZIONE

Il taglio del 10% ai fondi alla cooperazione (ovvero di 48 milioni di euro, che avrebbero ridotto i fondi per lotta alla povertà e sviluppo dei paesi poveri da 600 milioni di euro a 552, meno della Finanziaria 2006), minacciato dall'articolo 53 della finanziaria 2007, unito al recente scandalo dell'8 per mille destinato a finanziare la guerra in Iraq nella precedente legislatura (vedi post 11 novembre) e delle ingenti spese militari questa Finanziaria, avevano gettato un ombra sul destino degli aiuti ai paesi poveri da parte dell'Italia.
Ma le critiche sollevate a questi propositi dalle ONG, tra cui la Cocis, ha portato il governo a ridare il finanziamento promesso prima del minacciato taglio. E' stato sull'onda di questa vittoria che gli Stati Generali della Solidarietà e della Cooperazione Internazionale, che hanno raggruppato, dal 22 al 24 novembre, decine di ONG e associazioni del settore, si sono svolti nella soddisfazione generale, ma con riserva.
I punti trattati sono stati la necessità della riduzione delle spese militari, dell' investimento sui paesi in via di sviluppo con la cancellazione del debito e di una rinnovata attenzione a diritti umani e "politiche di genere".
Infatti, partendo dalla constatazione del “fallimento delle politiche di sviluppo e di aiuto pubblico” dimostrati dall' “impossibilità di raggiungere nei tempi previsti gli obiettivi del Millennio” (posti dalle Nazioni Unite, tra cui quello di dimezzare il numero dei denutriti entro il 2015, vedi post 12 novembre), gli Stati Generali hanno posto la necessità di un cambiamento in vista di una “nuova politica di solidarietà e di relazioni comunitarie internazionali" che affermi la centralità di "esseri umani e diritti”. L'auspicio, per il raggiungimento di questi obiettivi, è di arrivare in Italia allo 0,7 % del Pil devoluto alla cooperazione internazionale, ben quindi al di sopra della percentuale attualmente devoluta, pari allo 0,1%. Ma l'aumento dei fondi, se poi è direzionato "interventi a sostegno di operazioni militari o di penetrazione commerciale”, come nel caso del sopracitato 8 per mille, è inutile oltre che ingiusto. Tuttavia l'ostacolo non è solo di mancanza di fondi, ma - come emerge dalle parole delle ONG- sopratutto il “modello di consumo e di sviluppo”, di cui è necessaria una revisione, al fine di evitare l’esaurimento progressivo delle risorse che, oltre a essere dannoso in sè perchè toglie un possesso che dovrebbe essere gestito in comune, crea lo sfondo di conflitti (vedi post 15 novembre) .
E il cambiamento non può che partire da una diversa considerazione sociale, passando quindi alle “comunità locali” al posto della " società civile", a donne come “soggetti” e non solo "categoria di genere”, a una “sovranità alimentare” al posto di una "sicurezza alimentare" e al rovesciamento dei concetti di "donatore" e "beneficiario", perchè, come afferma Raffaella Chiodo, vicepresidente del Comune di Roma, "È evidente che chi ha sempre "donato" di più in termini di uomini, risorse e patrimonio ambientale non è l'Occidente ricco, ma l'Africa": quindi " cambiare i termini significa entrare nel merito e dunque mutare ottica. Il debito? Non solo azzerarlo, ma intervenire sulle politiche commerciali ed economiche che lo producono”.
Il farsi sentire delle ONG, che ha impedito i minacciati tagli alla cooperazione, è un dato da non sottovalutare, che mette in luce come le organizzazioni impegnate nella pace e nello sviluppo dei paesi poveri non siano "solo figure di contorno" ma esponenti di un " dibattito rappresentativo e vanno dunque presi in seria considerazione”, a cui non può che accompagnarsi quindi, a livello di leggi, un loro riconoscimento, con la conseguente maggiore attenzione alle politiche di sviluppo.
Il titolo emblematico del seminario previsto per oggi, "Disarmo e Povertà: commercio e produzione delle armi fattore determinate per alimentare conflitti e povertà" cui partecipano Rete Italiana disarmo, Rete Lilliput, Pax Christi, Archivio Disarmo, Amnesty International, Campagna Mine, ribadisce, ancora una volta, come ci sia una stretta correlazione tra disarmo, sviluppo economico, diritti e pace. Evitare la guerra non è eliminare preventivamente la minaccia, ma eliminare preventivamente le cause che ne fanno una minaccia, ovvero le disuguaglianze del tessuto sociale, ambientale ed economico in cui ognuno cresce.
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Fonti:
COSA POSSIAMO FARE:
  • A numerose ONG si può versare il 5 per mille nella dichiarazione dei redditi firmando nel riquadro "sostegno del volontariato, delle organizzazione non lucrative di utilità sociale, delle associazioni e fondazioni", con il codice fiscale che trovate nei siti delle ONG stesse;
  • gli Stati Generali della Cooperazione organizzano, per chi vive a Roma, il "Villaggio delle Comunità solidali", con stand, incontri, mostre e rassegne.

English Version (Abstract):

The Reunion of the NGO in Italy has expressed the necessity of the reduction of military expenses, investment in the poor countries and more attention to human rights. These objectives are caught up not only with more money to the international cooperation, but also changing to the social model of consumption and development, and eliminating the discriminations, why between peace and economic and social development there is one tightened tie.

martedì 21 novembre 2006

PER LA PACE #4: LA DISTRUZIONE DI MASSA DELLE ARMI

Ieri si è svolta nella capitale la giornata conclusiva del 7° Summit Mondiale dei premi Nobel per la Pace, promosso dalla Fondazione Internazionale Gorbachev, e dal Comune di Roma. Il Convegno, iniziato venerdì 17 novembre, si è concentrato sui temi della minaccia della ploriferazione mondiale delle armi atomiche (indicativo come l'attenzione dei Nobel si sia rivolta a Russia e Stati Uniti, detentori del 95% delle 27.000 testate atomiche mondiali), incentivando un uso pacifico e produttivo delle stesse, in vista dello sviluppo globale: è di oggi la notizia, data dal tg1, del finanziamento UE per la costruzione di un reattore nucleare capace di ricavare da un litro di acqua marina la stessa quantità di energia di un litro di petrolio.
E' stata sottolineata la necessità -nella Rome Declaration del Summit- di "eliminate that risk before it eliminate us". Le armi nucleari creano "more of a problem than any problem they seek to solve", dato che un eventuale attacco reciproco con armi nucleari sarebbe suicida per entrambi gli stati (si pensi al fatto che basterebbe una sola testata a distruggere il centro nevralgico di Israele). Il problema è una mancanza di volontà politica, a cui si contrappone l'appello di 1500 città mondiali, comprese alcune situate in paesi nuclearmente dotati, per un negoziato ai fini dell'eliminazione totale e legalmente verificabile a livello mondiale. La critica alle politiche di certi stati, seppur non citati esplicitamente, viene riferita evidenziando il dilemma per cui, secondo le parole dei partecipanti al Summit, devono terminare le insistenze all'abbandono di progetti nucleari di certi stati fatte da altri stati nuclearmente provvisti e che vogliono rimanerlo. La situazione, sottolinea il la dichiarazione, è più grave della guerra fredda, considerato non solo l'avanzamento tecnologico, ma anche i tentativi terroristici di impossessarsi del nucleare e, dall'altra parte, l'aspirazione a "weaponize the space", (con riferimento alla revisione della politica spaziale iniziata dagli Stati Uniti a inizio ottobre, mettendo così fine al trattato del 1967 tra gli stessi Stati Uniti, l'ex URSS e il Regno Unito sull'impossibilità di appropriarsi dello spazio esterno). Le conclusioni del Summit hanno portato alla "Carta per un mondo senza violenza", dove l'obiettivo da raggiungere viene posto nel "creare una cultura della pace e della non violenza", dove violenza significa non solo nel conflitto armato, ma anche in "povertà, sfruttamento economico, distruzione dell'ambiente e pregiudizi razziali" al fine di combattere l'accettazione della stessa come condizione normale anche da parte dell'opinione pubblica.
I dodici punti della Carta pongono innanzitutto la necessità del disarmo non solo a grandi livelli ma anche delle piccole armi, sullo sfondo di un potenziamento dell'ONU come garante internazionale; è ribadita inoltre la condanna sia del terrorismo, come pure della violazione dei diritti dell'uomo in sua risposta; la Carta sottolinea infine l'importanza della tutela ambientale e del risparmio energetico (che non necessariamnete va a scapito dell'economia, come ha affermato James Cameron, dimostrando i vantaggi economici derivanti dell'eliminazione dei gas serra, su Il Sole 24 Ore di ieri), evidenziando come "terreno fertile" di conflitti proprio l'espropriazione delle risorse naturali, idriche ed energetiche in primis (vedi post 15 novembre), cui è necessario reagire con il rafforzamento e la tutela di quella moltitudine costituita dalla società civile e dalle ONG che si impegnano per diritti e pace.
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"il principio morale di un mondo non violento è tratta gli altri come vorresti che gli altri trattassero te"
Carta per un mondo non violento del 7° Summit Mondiale di premi nobel per la Pace

Fonti:

COSA POSSIAMO FARE:

  • per quanto riguarda le armi, firmare la petizione online di controllarmi e abolitionnow
  • per la salvaguardia dell'ambiente e il risparmio energetico, partecipare il 2 e 3 dicembre all'operazione che il wwf organizza nelle piazze italiane per sensibilizzare ed informare, generazione clima.

domenica 19 novembre 2006

PER LA PACE #3: RESISTENZA E CUSCINI

Abstract:
In the evening yesterday hundreds of Palestinian have rung the house of a objective of an execution by Israel, that has prevented the attack. This gesture, new in Palestine, is an action of not violence, that can carry the peace. Moreover in Argentine today and in Tel Aviv in june has been carried out the pillow fight, a manifestation in order to vent violence in a pacific way.

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Oggi si sono verificati due fatti, apparentemente insignificanti, citati appena dalle agenzie di stampa, ma accomunati da un unico luogo, la Palestina, e un unico obiettivo, la pace.
L'"errore tecnico" secondo l'espressione del primo ministro israeliano Ehud Olmert, che è costata la vita, l' 8 novembre a Beit Hanoun, a nord della Striscia di Gaza, a 19 persone, per lo più donne e bambini, ha sollevato reazioni di sdegno pur nella quotidianità del conflitto israelo-palestinese, che hanno portato l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ad approvare, venerdì 17 a schiacciante maggioranza, una risoluzione per l' immediata interruzione degli attacchi reciproci, dopo l'impossibilità da parte del Consiglio di Sicurezza di varare una risoluzione analoga, lunedì 13, causata dal veto statunitense.
Oggi, il polverone sulle offese ai caduti a Nassiriya nella manifestazione romana per la Palestina di ieri, unito all'ennesimo raid israeliano nel pomeriggio, hanno offuscato un importante atto di discontinuità. Nella notte infatti, il proposito israeliano di colpire la casa di Weil Baroud, comandante della Popular Resistance Committees nella città di Beit Lahiya, è fallito. La novità non consiste più in questa -per quanto positiva- mancata esecuzione, ma nel motivo per cui il missile israeliano non è partito: al consueto avvertimento di abbandonare il luogo da colpire entro 30 minuti, centinaia di palestinesi hanno formato uno scudo umano intorno alla casa, impedendo di fatto il bombardamento, che avrebbe ripetuto la strage di civili di Beit Hanoun. Lo conferma la milizia israeliana, affermando che "The attack plan was cancelled because of the people there. We differentiate between innocent people and terrorists" Il corrispondente di Al Jazeera's a Gaza, ha sottolineato come questa sia la prima volta che un simile atto si veda nella striscia di Gaza da parte dei suoi abitanti.
Al di là delle accuse israeliane, di utilizzo dei civili come scudi umani, o delle dichiarazioni innneggianti al martirio della folla intonante slogans anti-Israeliani e anti-Americani, il segnale, non da sottovalutare, parla chiaro: un atto di resistenza passiva, come tale non violento, ha impedito l'ennesima violenza, con tutte le sue vittime innocenti collaterali.
Un atteggiamento, first of this kind, che sebbene ancora in un contesto d'odio, segna a mio parere un importante passo avanti, se verrà compreso nella sua innovatività, rispetto a esecuzioni mirate ed intifada. La violenza "non conduce alla libertà, ma ad una schiavitù dissimulata" (Mahatma Ghandi, Young India 3.4.1924).

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Parallelamente, oggi in Argentina si è svolto un altro evento, la guerra dei cuscini, una manifestazione giocosa e pacifica per sfogare in modo non violento le pulsioni aggressive, analogamente alla guerra rituale nelle società antiche.
Fa tutt'altra impressione venire a sapere che la stessa iniziativa si è svolta, nel Giugno di quest'anno, con la partecipazione di centinaia di persone, anche a Tel Aviv.
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"Pictures of unarmed Palestinians lying down before bulldozers about to raze their homes or marching up to the gates of Jewish settlements in the West Bank and Gaza - again unarmed and completely peacefully - would be powerful images that could do more to advance the Palestinian cause than 100 suicide bombings."
Eric Weiner
Fonti:

mercoledì 15 novembre 2006

PER LA PACE #2: WANGARI & IL "PIANTARE SPERANZE"

Dal 6 al 17 novembre il Kenia ospita il secondo meeting dei firmatari del Protocollo di Kyoto, cui si unisce la dodicesima sessione dei partecipanti alla Climate Change Convention. In occasione della sua partecipazione odierna, presso Nairobi, il segretario generale delle nazioni unite Kofi Annan ha dichiarato che "i cambi di clima stanno minacciando di frustrare gli sforzi di sradicamento di povertà, rendendo la prospettiva di raggiungere gli obiettivi del Development Millenium goals (vedi post 12 novembre) meno certi", ribadendo la necessità di pari attenzione ai cambiamenti climatici accanto al monopolio politico dedicato ad altri temi come conflitti e proliferazione del nucleare(Fonte: Press release della dichiarazioni di Kofi Annan) . A conclusione analoga è giunto uno studio di actionaid: le inondazioni conseguenti ai cambiamenti climatici, oltre a distruggere i raccolti, portano epidemie, determinando un altra causa di perdita economica con conseguente difficoltà ad uscire dallo stato di povertà.
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Il legame tra cambiamento climatico e sviluppo conferma l'idea per cui lo sconvolgimento dell'equilibrio di un ecosistema non nuoce solo alle interazioni reciproche tra elementi fisici (come avviene ad esempio nella catena alimentare) ma anche all'uomo, che da quel ecosistema trae fonte di sostentamento.
Caso emblematico ne è proprio il Kenia, la cui deforestazione avanzata ha portato, negli anni '70, a fenomeni quali l'erosione del suolo e la mancanza d'acqua, oltre che di legname, che determinarono conseguenze anche sul benessere delle popolazioni kenyote.

E' in questa situazione che all'inizio degli anni '70, una biologa keniota, Maathai Wangari, con l'aiuto di gruppi di donne del popolo, senza alcuna conoscenza in materia, inizia a ripiantare gli alberi. Il movimento si espande, fino a divenire ufficiale, assumendo come nome nel 1977 "Green Belt Movement", il movimento cintura verde. La sua opera ha ripiantatato finora tra i 30 e 40 milioni di alberi in tutta l'Africa, incontrando anche l'opposizione, talvolta violenta, del governo e delle forze speculanti sulla deforestazione.

Sarebbe tuttavia riduttivo confinare il l'azione di Maathai e del Green Belt Movement alla salvaguardia ambientale, come dimostra l'assegnazione del premio nobel alla biologa nel 2004. Che c'entrano gli alberi con la pace? Piantare alberi significa rifornire legname e acqua, essenziali per la popolazione e non solo: a fornire quest'opera per il sostentamento sono le donne, di cui perlopiù è composto il movimento; ciò significa emancipazione sociale ed economica.
Lo sviluppo ambientale diviene quindi anche sviluppo sociale ed economico, e anche qui sviluppo dal basso: ma sviluppo significa benessere e quindi pace. Le risorse naturali sono il movente di molti conflitti (si pensi come caso emblematico le risorse petrolifere iraquene): la minaccia della loro perdita, a causa di appropriazione altrui, degrado ambientale o esaurimento, comporta uno stato di tensione nelle popolazioni che da esse dipendono. La loro conservazione e la buona gestione delle risorse, l'accesso e scambio equo, sono i «colpi preventivi per salvaguardare la pace» nelle parole di Maathai Wangari: favorire la pace è favorirne le condizioni preventive: ma tra queste non ci può essere la guerra. "Si vis pacem, para bellum" , "se vuoi la pace, prepara la guerra" è giusto solo quando "il giusto è l'utile del più forte".
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The planting of trees is the planting of ideas. By starting with the simple act of planting a tree, we give hope to ourselves and to future generations.–Wangari Maathai
Fonti:

English version (abstract):

Kofi Annan, in his intervention in Nairobi on the climatic variations, has underlined the bond between climate and social development. It is example of it the "Green Belt Movement" of Maathai Wangari, a biologist that with other women has replanted in Kenya and in the whole Africa 40 million trees till now. Safeguard of the natural environment means in fact social and economic development and therefore peace: in fact many conflicts in the world are caused by the natural resources (think of iraqi oil). The maintenance, good management, exchanges and equitable access to the natural resources are the "preventive means", as Maathai says, for the peace.

lunedì 13 novembre 2006

PER LA PACE #1: YUNUS & IL MICROCREDITO

L'Angelus di Benedetto 16° di Sabato 11 novembre ha riportato l'attenzione sul problema della conseguenza del sistema economico mondiale sullo sviluppo dei paesi poveri e sullo stato dell'ambiente, auspicandone una "conversione", in vista della diminuzione della denutrizione mondiale della risoluzione delle emergenze ambientali ed energetiche. Parallelamente, in Canada, ieri è cominciato il summit mondiale sul microcredito, recentemente venuto alla ribalta per l'assegnazione, a metà ottobre, del premio nobel per la pace a Mohamad Yunus, (foto a margine) che con la sua Grameen Bank, fondata nel 1977 in Bangladesh, ne è stato l'inventore. Il sistema del microcredito è riuscito a combattere la povertà nel paese con un modello di sviluppo dal basso. Yunus, soprannominato il "banchiere dei poveri", inizia un sistema di prestito atipico, per il genere di destinatario, poveri senza alcuna garanzia di restituzione, per il genere, per lo più donne (fatto inconsueto e importante, se si pensa alla subordinazione della donna nel mondo mussulmano), il cui interesse per il bene della famiglia le motiva nell'impegno alla restituzione come testimoniano le statistiche (il tasso di restituzione del prestito sfiora il 97%). I prestiti, erogati in piccole somme con un interesse del 20% annuale, servono alle donne per mantenere la famiglia investendoli ad esempio nell'acquisto di una mucca per il latte, per pagare la scuola dei figli, o per l'acquisto di attrezzi a fini lavorativi con cui, tramite piccoli lavori di gruppo come il cucito o l'artigianato, le donne possono restituire il prestito. Uniche condizioni, essere nulla tenenti, uniti in gruppi di cinque donne (che garantiscono a vicenda), che restituiscono piccole somme ogni settimana a dei funzionari che si recano nei villaggi (Gram significa proprio villaggio) dal momento che "poiché i poveri non vanno in banca, deve essere la banca ad andare dai poveri". L'iniziativa, che serve a togliere la popolazione povera tra povertà, indebitamento con gli strozzini per uscirne e quindi ancora povertà, è testimoniato non solo dall'utile di 2 milioni di dollari della Banca nel 1996, ma anche dall'esportazione, altrettanto riuscita, dell'idea in altri paesi e persino sul web, con siti come Kiva, Prosper e Zopa. Il summit ribadisce l'utilità del microcredito che alla fine del 1994 ha raggiunto i 92 milioni di clienti, di cui 66 milioni poverissimi e l'83% donne, ponendosi come obiettivi per il 2015, lo stesso anno dell'impegno mondiale per la riduzione della denutrizione (vedi post precedente) di raggiungere 175 milioni di famiglie e migliorare le condizioni di vita di 100 milioni delle famiglie più povere aumentandone il dollaro al giorno utilizzato al momento per vivere.
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L'assegnazione del premio nobel a un economista rafforza l'idea che pace non significhi solo assenza di guerra, ma anche il creare condizioni per la pace, come lo sviluppo economico sociale ed ambientale -con un modello di sviluppo alternativo, dal basso- come sottolineano le motivazioni del Comitato per l'assegnazione del nobel a sostegno di una premiazione considerata fuori tema (ad esempio da The economist).
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Lo sviluppo dal basso non è tuttavia né l'unica, né la principale strategia di sviluppo dei paesi poveri, dove il modello liberista proprio della globalizzazione domina, refforzato dall'idea di chi, vedendo la riduzione della disparità del reddito di India e Cina, ne attribuisce la ricetta vincente al modello capitalitico, come Filippo Andreatta, professore di relazioni internazionali all'università di Bologna. In un intervista al Messaggero di oggi, Andreatta descrive il modello capitalista come "amorale nel suo funzionamento tecnico, ma la macchina migliore per sviluppare le economie, anche quelle povere", tramite norme per incentivare i trasferimenti ai paesi più poveri e protezione per l'ambiente (si veda la sottoscrizione del protocollo di Kyoto). Norme che è chiamata a garantire la politica.
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Nel frattempo a garantire che la politica...garantisca, c'è la campagna "Sbilanciamoci", per fare pressioni affinchè in Finanziaria 2006 non ci sia la minacciata riduzione di 48 milioni di euro alla cooperazione allo sviluppo, di contro allo stanziamento originario di 600 milioni. Andati a finanziare missioni di "pace" (vedi post 11 novembre).
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COSA POSSIAMO FARE?
  • Supportare il commercio equo e solidale, acquistando dalle botteghe presenti in ogni città, iniziando a partecipare il 25 e 26 novembre alle "colazioni eque e solidali" in 200 piazze italiane: per sapere dove nella vostra città e gli indirizzi delle botteghe di commercio equo e solidale, c'è il sito di altromercato.
Fonti:

English version (Abstract):

The conferment of the prize nobel 2006 for the peace to Mohamad Yusuf, inventor of the micro credit, or of loans to poor, it strengthens the idea that peace doesn't mean only absence of war, but also to create conditions for the peace and for the social and environmental economic development, with a model of development from the lower part. What can we do? To buy from the shops of "equitable commerce and solidale" and to participate in their initiatives. for information, there is the web site altromercato.