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domenica 10 giugno 2007

TANTO FUMO NIENTE ARROSTO: il G8 sul futuro dell'ambiente e la Decrescita

Il vertice degli 8 governanti dei paesi più industrializzati, il G8, tenutosi in Germania la scorsa settimana, aveva come primo punto all'o.d.g. un impegno comune dei confronti della crisi climatica: l'obiettivo è dimezzare le emissioni di anidride carbonica entro il 2050 per diminuire di 2 gradi centigradi la temperatura terrestre. Il vertice, definito di fronte a Benedetto 16° da G. Bush "successful", ha portato, analogamente a quanto avvenne per il Protocollo di Kyoto, alla mancata disponibilità stratunitense nell'imporre un limite nelle emissioni dei gas serra. Un vertice giustamente successful per il Presidente americano, che, liquidato l'argomento clima, ha potuto concentrarsi sulla questione scudo spaziale con la Russia.
Tuttavia, al di là del mancato accordo, un dubbio sorge sulle iniziative che il G8 intende prendere. Si parla, oltre che della riduzione dei gas serra, di diversificazione delle fonti energetiche, solare, eolico, nucleare, e dell'introduzione degli agrocarburanti. La riduzione progressiva e ventura delle fonti energetiche fossili, a causa del modello economico vigente, fatto di crescita del PIL e consumo, ha già portato, oltre che disastri ambientali, uno stato di conflitto mondiale più o meno violento (si pensi -per citare due casi noti- allo sfruttamento petrolifero iraqueno e le minacce di Putin sul taglio del gas). La soluzione che si vorrebbe trovare è semplicemente sostituire le fonti energetiche, certo rinnovabili, ma inserite nello stesso sistema economico di consumo infinito.
Da questo punto di vista il G8 perde di vista la vera causa e quindi il vero rimedio dei problemi non solo ambientali, ma anche dello stato di tensione del pianeta, ovvero un sistema di crescita che assegna a una minoranza la stragrande percentuale delle risorse e penalizza la maggior parte della popolazione, che quelle risorse le ha (si pensi all'Africa).
Allora forse, dopo 300 anni di sviluppo, di un'idea di attività produttiva basata sulla crescita economica, che ha accomunato, pur nelle rispettive differenze, socialismo e liberismo, è ora di fare un bilancio e una previsione per il futuro. Pensando di contrapporre, al sistema di valori basato sulla crescita del PIL un sistema alternativo, la decrescita.

mercoledì 21 febbraio 2007

CADUTA DI DIRITTO: bilancio di un anno di legislatura su diritti umani e civili

Le dimissioni di Romano Prodi, dopo il "cinque di picche" dei senatori sul voto in politica estera, autorizza a un bilancio di un anno di governo sul tema dei diritti umani e civili, indipendentemente da come si evolverà la situazione nelle prossime ore.
Le ingenti somme stanziate dalla Finanziaria per spese belliche e finanziamento delle missioni di "peacekeeping" in Iraq, Afghanistan e Libano hanno comportato tagli su numerosi settori della spesa pubblica, tra cui il taglio sulla cooperazione internazionale minacciato ma poi ritirato. Gli interessi economici e il prestigio internazionale sono stati il principale movente della politica estera, come dimostrano la spartizione da parte dell' ENI del petrolio iraqueno (si pensi anche alla drammatica vicenda dei tecnici rapiti in Darfur), la corsa con gli altri stati all'invio e al comando della missione UNIFIL in Libano, l'indifferenza per gli scopi militari dichiarati e l'impatto ambientale della base di Vicenza.
Rimanendo sul fronte ambientale, nonostante le recenti iniziative sul risparmio energetico e il fatto che le liberalizzazioni non abbiano toccato i beni di grande consumo come l'acqua, l'esecutivo è andato avanti sulla strada delle "grandi opere", come TAV e MOSE, di utilità discutibile e ma di danno ambientale non indifferente.
Non sono mancati tuttavia gli appelli a una soluzione politica e non militare dei recenti conflitti in corso nel mondo e una politica estera più coraggiosa della precedente nel criticare l'unilateralismo statunitense (come in occasione del bombardamento della Nigeria); importanti inoltre i viaggi diplomatici in Africa (l'Italia è l'unico stato a essersene interessato) e in India, con il richiamo del premier a Gandhi, e l'impegno contro la pena di morte.
Sul fronte dei diritti sono state perlomeno discusse le questioni delle unioni civili, dell'eutanasia e denunciate le violazioni del diritto nei C. P. T. per immigrati.
La caduta di un governo proprio su questioni riguardanti il tema della guerra, insieme alla decadenza di Blair a causa dell'invio delle truppe in Iraq e di Bush per il vietnam iraqueno, mostrano come la ricerca di una soluzione non militare ai problemi internazionali sia una necessità non solo legata ai diritti umani, ma anche nell'interesse della stabilità di ogni governo.

sabato 2 dicembre 2006

2/12: DAL MOLIN...ALLA GUERRA? la manifestazione vicentina contro la base militare USA

Oggi si terrà una manifestazione a Vicenza, sicuramente oscurata da quella di Roma e Palermo dell'opposizione di governo contro la Finanziaria, contro l'edificazione della più grande base Usa in Europa presso l'aeroporto "Dal Molin"(e la seconda in città oltre alla Ederle) con adesioni di gruppi politici, sindacali, cattolici, ma prima di tutto di cittadini, vicentini, italiani e statunitensi, oltre all'appoggio di Noam Chomsky e di Emergency. La protesta, oltre che per ragioni ideali di contrarietà alla militarizzazione del nostro paese, contraria all'impegno per la pace sancito dall'articolo 11 della costituzione, trova anche altre motivazioni.
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Come rilevato dagli studi effettuati dall'Ing. Vivian e dal Centro di studi di Bonn sulla Conversione in aree militari, la costruzione della base comporterebbe un impatto ambientale ed economico notevole sulla città, con consumi pari a "30.000 vicentini per l'acqua, 5.500 per il gas naturale, 26.000 per l'energia elettrica", tenendo conto della non sottoscrizione da parte degli USA del protocollo di Kyoto, che viene applicata alle basi, dove vige la legislazione statunitense. A questo si aggiungono le conseguenze economiche causate dalla diminuzione dell'insediamento vicino alla zona militare -per paura di attentati (l'attenzione per la vicenda della televisione Al-Arabiya ne è la conferma) e per l'inquinamento- con la conseguente svalutazione del 30% degli immobili, che significa meno entrate per il Comune, meno turismo, meno occupazione.
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Ma quel cui si assiste dietro il progetto è la corsa agli appalti: tra le 22 aziende finora in lista, aziende italiane e non, immobiliari e di altri ambiti, spicca quello di Telecom Italia. Le dichiarazioni beneauguranti sui fini unicamente "abitativi" dell'area, ricalcano quella "politica del sorriso" (di cui parla Andrea Licata dell'Università di Trieste), che nulla tuttavia esclude riguardo all'utilizzo della base, in funzione bellica, per il futuro, come confermano le dichiarazioni di un generale statunitense e le fonti statunitensi: il "Dal Molin" fa parte di un progetto europeo ai fini dell'invio di maggiori truppe in Iraq e Afghanistan.
La corsa agli appalti, e le ingenti somme stanziate dal Congresso americano per la costruzione dell'area, conferma come la guerra e tutto ciò che vi è legato, sia un fattore essenziale di possibilità e rilancio economico, la cui risposta non può che essere, come suggerisce Licata, quella di farsi sentire con azioni non violente di massa, come la manifestazione, il referendum previsto per ottobre e il boicottaggio economico e politico.
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Info:

martedì 21 novembre 2006

PER LA PACE #4: LA DISTRUZIONE DI MASSA DELLE ARMI

Ieri si è svolta nella capitale la giornata conclusiva del 7° Summit Mondiale dei premi Nobel per la Pace, promosso dalla Fondazione Internazionale Gorbachev, e dal Comune di Roma. Il Convegno, iniziato venerdì 17 novembre, si è concentrato sui temi della minaccia della ploriferazione mondiale delle armi atomiche (indicativo come l'attenzione dei Nobel si sia rivolta a Russia e Stati Uniti, detentori del 95% delle 27.000 testate atomiche mondiali), incentivando un uso pacifico e produttivo delle stesse, in vista dello sviluppo globale: è di oggi la notizia, data dal tg1, del finanziamento UE per la costruzione di un reattore nucleare capace di ricavare da un litro di acqua marina la stessa quantità di energia di un litro di petrolio.
E' stata sottolineata la necessità -nella Rome Declaration del Summit- di "eliminate that risk before it eliminate us". Le armi nucleari creano "more of a problem than any problem they seek to solve", dato che un eventuale attacco reciproco con armi nucleari sarebbe suicida per entrambi gli stati (si pensi al fatto che basterebbe una sola testata a distruggere il centro nevralgico di Israele). Il problema è una mancanza di volontà politica, a cui si contrappone l'appello di 1500 città mondiali, comprese alcune situate in paesi nuclearmente dotati, per un negoziato ai fini dell'eliminazione totale e legalmente verificabile a livello mondiale. La critica alle politiche di certi stati, seppur non citati esplicitamente, viene riferita evidenziando il dilemma per cui, secondo le parole dei partecipanti al Summit, devono terminare le insistenze all'abbandono di progetti nucleari di certi stati fatte da altri stati nuclearmente provvisti e che vogliono rimanerlo. La situazione, sottolinea il la dichiarazione, è più grave della guerra fredda, considerato non solo l'avanzamento tecnologico, ma anche i tentativi terroristici di impossessarsi del nucleare e, dall'altra parte, l'aspirazione a "weaponize the space", (con riferimento alla revisione della politica spaziale iniziata dagli Stati Uniti a inizio ottobre, mettendo così fine al trattato del 1967 tra gli stessi Stati Uniti, l'ex URSS e il Regno Unito sull'impossibilità di appropriarsi dello spazio esterno). Le conclusioni del Summit hanno portato alla "Carta per un mondo senza violenza", dove l'obiettivo da raggiungere viene posto nel "creare una cultura della pace e della non violenza", dove violenza significa non solo nel conflitto armato, ma anche in "povertà, sfruttamento economico, distruzione dell'ambiente e pregiudizi razziali" al fine di combattere l'accettazione della stessa come condizione normale anche da parte dell'opinione pubblica.
I dodici punti della Carta pongono innanzitutto la necessità del disarmo non solo a grandi livelli ma anche delle piccole armi, sullo sfondo di un potenziamento dell'ONU come garante internazionale; è ribadita inoltre la condanna sia del terrorismo, come pure della violazione dei diritti dell'uomo in sua risposta; la Carta sottolinea infine l'importanza della tutela ambientale e del risparmio energetico (che non necessariamnete va a scapito dell'economia, come ha affermato James Cameron, dimostrando i vantaggi economici derivanti dell'eliminazione dei gas serra, su Il Sole 24 Ore di ieri), evidenziando come "terreno fertile" di conflitti proprio l'espropriazione delle risorse naturali, idriche ed energetiche in primis (vedi post 15 novembre), cui è necessario reagire con il rafforzamento e la tutela di quella moltitudine costituita dalla società civile e dalle ONG che si impegnano per diritti e pace.
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"il principio morale di un mondo non violento è tratta gli altri come vorresti che gli altri trattassero te"
Carta per un mondo non violento del 7° Summit Mondiale di premi nobel per la Pace

Fonti:

COSA POSSIAMO FARE:

  • per quanto riguarda le armi, firmare la petizione online di controllarmi e abolitionnow
  • per la salvaguardia dell'ambiente e il risparmio energetico, partecipare il 2 e 3 dicembre all'operazione che il wwf organizza nelle piazze italiane per sensibilizzare ed informare, generazione clima.

mercoledì 15 novembre 2006

PER LA PACE #2: WANGARI & IL "PIANTARE SPERANZE"

Dal 6 al 17 novembre il Kenia ospita il secondo meeting dei firmatari del Protocollo di Kyoto, cui si unisce la dodicesima sessione dei partecipanti alla Climate Change Convention. In occasione della sua partecipazione odierna, presso Nairobi, il segretario generale delle nazioni unite Kofi Annan ha dichiarato che "i cambi di clima stanno minacciando di frustrare gli sforzi di sradicamento di povertà, rendendo la prospettiva di raggiungere gli obiettivi del Development Millenium goals (vedi post 12 novembre) meno certi", ribadendo la necessità di pari attenzione ai cambiamenti climatici accanto al monopolio politico dedicato ad altri temi come conflitti e proliferazione del nucleare(Fonte: Press release della dichiarazioni di Kofi Annan) . A conclusione analoga è giunto uno studio di actionaid: le inondazioni conseguenti ai cambiamenti climatici, oltre a distruggere i raccolti, portano epidemie, determinando un altra causa di perdita economica con conseguente difficoltà ad uscire dallo stato di povertà.
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Il legame tra cambiamento climatico e sviluppo conferma l'idea per cui lo sconvolgimento dell'equilibrio di un ecosistema non nuoce solo alle interazioni reciproche tra elementi fisici (come avviene ad esempio nella catena alimentare) ma anche all'uomo, che da quel ecosistema trae fonte di sostentamento.
Caso emblematico ne è proprio il Kenia, la cui deforestazione avanzata ha portato, negli anni '70, a fenomeni quali l'erosione del suolo e la mancanza d'acqua, oltre che di legname, che determinarono conseguenze anche sul benessere delle popolazioni kenyote.

E' in questa situazione che all'inizio degli anni '70, una biologa keniota, Maathai Wangari, con l'aiuto di gruppi di donne del popolo, senza alcuna conoscenza in materia, inizia a ripiantare gli alberi. Il movimento si espande, fino a divenire ufficiale, assumendo come nome nel 1977 "Green Belt Movement", il movimento cintura verde. La sua opera ha ripiantatato finora tra i 30 e 40 milioni di alberi in tutta l'Africa, incontrando anche l'opposizione, talvolta violenta, del governo e delle forze speculanti sulla deforestazione.

Sarebbe tuttavia riduttivo confinare il l'azione di Maathai e del Green Belt Movement alla salvaguardia ambientale, come dimostra l'assegnazione del premio nobel alla biologa nel 2004. Che c'entrano gli alberi con la pace? Piantare alberi significa rifornire legname e acqua, essenziali per la popolazione e non solo: a fornire quest'opera per il sostentamento sono le donne, di cui perlopiù è composto il movimento; ciò significa emancipazione sociale ed economica.
Lo sviluppo ambientale diviene quindi anche sviluppo sociale ed economico, e anche qui sviluppo dal basso: ma sviluppo significa benessere e quindi pace. Le risorse naturali sono il movente di molti conflitti (si pensi come caso emblematico le risorse petrolifere iraquene): la minaccia della loro perdita, a causa di appropriazione altrui, degrado ambientale o esaurimento, comporta uno stato di tensione nelle popolazioni che da esse dipendono. La loro conservazione e la buona gestione delle risorse, l'accesso e scambio equo, sono i «colpi preventivi per salvaguardare la pace» nelle parole di Maathai Wangari: favorire la pace è favorirne le condizioni preventive: ma tra queste non ci può essere la guerra. "Si vis pacem, para bellum" , "se vuoi la pace, prepara la guerra" è giusto solo quando "il giusto è l'utile del più forte".
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The planting of trees is the planting of ideas. By starting with the simple act of planting a tree, we give hope to ourselves and to future generations.–Wangari Maathai
Fonti:

English version (abstract):

Kofi Annan, in his intervention in Nairobi on the climatic variations, has underlined the bond between climate and social development. It is example of it the "Green Belt Movement" of Maathai Wangari, a biologist that with other women has replanted in Kenya and in the whole Africa 40 million trees till now. Safeguard of the natural environment means in fact social and economic development and therefore peace: in fact many conflicts in the world are caused by the natural resources (think of iraqi oil). The maintenance, good management, exchanges and equitable access to the natural resources are the "preventive means", as Maathai says, for the peace.