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giovedì 14 giugno 2007

FINMECCANICA IN USA: il legame tra progresso economico e guerra

In queste ore il mercato e il Governo elogiano e approvano il successo di Finmeccanica, che è riuscita a vincere la concorrenza statunitense nella fornitura all'esercito e all'aeronautica militare americana di velivoli per i prossimi 1o anni. Un successo, dopo una fornitura analoga nel 2005, dovuta alla scelta di puntare su un mercato con "il budget per la difesa più alto al mondo" come afferma l'amministratore delegato di Finmeccanica. Nelle stesse ore, le agenzie di stampa registrano la protesta del generale della base militare di Vicenza, in seguito alle ultime contestazioni del movimento No dal Molin.
Le reazioni positive del mercato e del governo e quella negativa dei comandi statunitensi e del Presidente Prodi (che domani non si recherà alla conferenza internazionale di Padova per evitare la contestazione del movimento) nei confronti dell'opposizione a un'economia di guerra ricordano proprio il presunto vantaggio del Dal Molin di fornire "20000 posti di lavoro". Il circolo vizioso tra spese belliche e rilancio dell'economia e dell'occupazione (basti pensare all'aumento del PIL nello periodo di guerra) trova conferma anche in Italia, che non si sottrae al modello economico di crescita del PIL, nei dati secondo cui l'Italia, con le crescenti spese belliche (si pensi alla finanziaria 2006), e con una crescita nell'export bellico che fa salire il nostro Paese al settimo posto mondiale nell'export di armi, retrocedendo all'ottavo posto per spese militari complessive. Lo rende noto il Rapporto SIPRI 2007 sulla pace e gli armamenti. A fronte di questa situazione è necessario sì un Trattato internazionale sul commercio di armi, ma anche spezzare il legame che intercorre tra rilancio dell'economia, occupazione e armamenti, in modo che le spese belliche non costituiscano più un alibi per l'incremento del benessere di stati che costituiscono una minoranza numerica mondiale, a discapito di paesi colpiti dalla guerra. Perchè se un sistema economico epr sopravvivere o crescere necessita di ricorrere alla distruzione forse il modello di incremento del PIL come fautore del benessere di stati e popoli è da ripensare nelle sue fondamenta.

sabato 24 marzo 2007

L'ALTRA STRADA PER LA PACE: la novità della mediazione umanitaria di Emergency

La liberazione di Daniele Mastrogiacomo, grazie all'intervento di mediazione dell'ONG Emergency, ha inaugurato una nuova forma di intervento nell'ambito di un conflitto. La risoluzione positiva della vicenda per il giornalista italiano fa riflettere sulle motivazioni che possono aver spinto i Taliban alla liberazione di un uomo con la grave accusa di essere una spia, oltretutto al soldo delle truppe occupanti.
  1. L'uccisione, peraltro cruenta, dell'interprete afghano al seguito di Mastrogiacomo non fa certo pensare a un'atto di clemenza dei Taliban;
  2. Sembra peraltro riduttivo pensare a un compromesso dei Taliban una volta ottenuta la scarcerazione di alcuni loro capi (ma non il ritiro del contingente italiano): anzi, l'uccisione del giornalista avrebbe potuto portare a un ripensamento del rifinanziamento italiano alla missione ISAF;
  3. In terzo luogo, seppure importanti, non penso che gli appelli della popolazione italiana alla liberazione possano davvero aver influenzato il rilascio, come mostrano i casi passati di giornalisti rapiti e giustiziati;

Nonostante gli attori della vicenda siano stati molteplici (i Servizi Segreti italiani, il governo Karzai, e pure, pur nelle critiche seguite, gli USA), è dominio comune la centralità nella mediazione di Emergency. L'ospedale afghano dell'ONG cura gratuitamente chi vi si presenta, senza distinzione di età, credo religioso o appartenenza politica: detto in una parola, cura anche i guerriglieri Taliban. Non soffermandomi qui sull'importanza pratica e simbolica di questa iniziativa, che risponde appieno alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, voglio sottolineare come l'apertura di un confronto civile con i Taliban e la soluzione pacifica che ne è seguita sia stata proprio merito di un organizzazione che svolge una vera missione umanitaria, fatta non con armi e bombe, ma con cure mediche libere e aperte a tutti. Il dialogo dei Taliban con Emergency mostra la considerazione positiva dell'ONG nel paese, anche tra le frange estremiste, che non può non aver influenzato la liberazione di Mastrogiacomo. E forse proprio la diversa sorte toccata all'italiano rispetto all'afghano sta nell'italianità dell'ONG, e nella considerazione positiva che ne deriva per l'Italia presso la popolazione afghana.

Ne concludo che se veramente il rifinanziamento della missione italiana ISAF è fatto in funzione umanitaria, e se la permanenza del contingente italiano è vista come la condizione essenziale per avviare la guerra afghana verso un'esito pacifico, come espresso dal ministro D'Alema, essa vada ripensata, cambiata nei suoi connotati proprio alla luce di questa esperienza positiva.

Tendiamo a pensare all'idea di una Conferenza di Pace che coinvolga i Taliban un'idea addirittura rivoluzionaria, sicuramente controcorrente con le strategie in voga, come le "offensive primaverili". Ma proprio perchè controcorrente, la Conferenza di Pace non potrà avvenire finchè non si realizzi un passo effettivo, e non solo simbolico, verso la pace, che pensiamo non possa che avvenire con il ritiro del contingente italiano o con una seria ridefinizione dei presupposti e dei fini della missione ISAF. Trovare una soluzione alternativa all'offensiva militare non significa certo supportare i Taliban o auspicare un loro ritorno al potere. Ma la guerra in Afghanistan, considerata la distanza tra i numerosi morti civili e militari (per rimanere aggiornati si veda peacereporter), la distruzione del paese e i pochi risultati raggiunti, è una violazione dei diritti umani al pari del regime Taliban.

Ripensare la missione in Afghanistan significa partire dalla "convinzione che nulla sia comparabile al valore di un’esistenza umana e che, quando concretamente sia in pericolo un’esistenza umana, per salvarla si debba compiere ogni atto che non ne distrugga direttamente altre" come recita il comunicato stampa di Emergency in merito alla vicenda Mastrogiacomo. Se l'Italia vuole seguire la propria convinzione pacifista con la Conferenza di Pace, non è solo necessario creare un'unità europea come quella auspicata ieri dal Presidente Napolitano, ma anche dare alla popolazione afghana il ruolo di protagonista della propria rinascita, e non quello di vittima: ma per far ciò sono forse più necessarie delle armi opere come quella di Emergency (in parte peraltro finanziata dall'Italia) nuove infrastrutture, la depurazione dell'acqua...Un popolo sano e vivo saprà decidere autonomamente per la democrazia, se la vorrà. Ma la missione ISAF, con le sue vittime civili e i suoi bombardamenti, non può che portare inimicizia per l'Occidente e supporto ai Taliban, rendendo vana non solo una "vittoria" militare ma anche una reale volontà di democrazia del popolo afghano.

venerdì 2 marzo 2007

LIBERAZIONE O OCCUPAZIONE? Pro e contro la permanenza italiana in Afghanistan

L’espulsione, formalizzata ieri, del senatore Franco Turigliatto da PRC a seguito dell’astensione sul voto sulla politica estera costata la crisi di governo, ripropone le ragioni a favore e contrarie sul tema della guerra in Afghanistan, il cui rifinanziamento, dopo il ritiro del contingente italiano in Iraq, attende di essere sottoposto all’esame delle camere. La missione ISAF (International Security Assistance Force) inizia con l’accordo in sede internazionale dell’Italia del gennaio 2002 cui segue l’approvazione in parlamento alla fine del febbraio dello stesso anno, con il compito di “assistere l’Autorità Interinale Afgana nel mantenere la sicurezza in Kabul e nelle aree limitrofe, così che detta Autorità ed il personale dell’ONU possano operare in un ambiente sicuro“ (cfr. p. 48 doc. su “Missioni/Attività internazionali” del Ministero della Difesa). Alla luce della prossima offensiva primaverile contro i Talebani, oltretutto circoscritte alla zona dove è presente il contingente italiano, è utile discutere delle ragioni a favore e contrarie della permanenza dei soldati. Un primo ordine di considerazioni a favore della permanenza riguarda la situazione in Afghanistan, ritenuta più tranquilla di quella in Iraq e tale che la presenza di stranieri sembra legittimata dagli stessi afghani; i sostenitori del ritiro sarebbero animati da calcoli personali che li spingono a “ritoccare la realtà” afghana in negativo (G. Rampoldi, Repubblica 31/7/2006). Un ritiro dall’Afghanistan comporterebbe quindi una situazione di anarchia, una guerra civile che favorirebbe il ritorno al potere di al-Quaeda. Le ragioni del pacifismo sarebbero quindi “scorciatoie” da “Gandhi da televisione” per venire incontro ai sentimenti dell’elettorato più che soluzioni concrete. Da questo punto di vista l’ospedale di Emergency a Kabul per feriti di guerra sarebbe reo di curare anche i talebani (G. Rampoldi, Repubblica 31/5/2006, si veda anche la risposta di Emergency). La seconda serie di motivazioni contrarie al ritiro mette in luce come i fondamenti della missione ISAF sono diversi rispetto all’invasione iraquena, per cui Afghanistan e Iraq rappresenterebbero “due concezioni opposte della politica internazionale e del ricorso alla forza“: la risoluzione ONU fu infatti anteriore al conflitto, che fu inoltre motivato dalla presenza di un regime, quello talebano, di supporto ai terroristi di al-Quaeda. Il ritiro comporterebbe una “frattura strategica” con le storiche alleanze atlantiche, che non terrebbe conto della “memoria storica e politica” italiana (F. Venturini, Corriere della Sera, 31/5/2006). Restare è segno di coerenza sulla politica estera e credibilità internazionale (E. Scalfari, Repubblica 23/7/2006). Le ragioni a favore insistono quindi sulla diversità della situazione e dei fondamenti tra Iraq e Afghanistan, sottolineando come le ragioni del ritiro, che causerebbe una situazione di anarchia e crisi delle alleanze atlantiche, sarebbero fondate più su calcoli politici e ideologici che reali proposte di soluzione. A queste tesi si può obiettare che: I casi frequenti di bombardamenti indiscriminati sui villaggi e l’esortazione di G. Bush di inviare più truppe (come la Gran Bretagna) per far fronte all’instabilità presente nella maggior parte del paese mostrano come anche l’Afghanistan non sia esente dalla situazione di caos che caratterizza l’Iraq. Questa situazione, unita agli abusi dei soldati, provoca un evidente inimicizia della popolazione afghana nei confronti degli occupanti, accreditata anche dall’ampio numero di miliziani appartenenti alla cosidetta “resistenza afghana”. Le ragioni di chi propone il ritiro, anche se politicamente non disinteressate, si fondano quindi su una situazione incandescente, oltre che sull’opinione, emersa da un sondaggio, del 56% degli italiani che sono favorevoli al ritiro, anche alla luce degli ingenti costi della missione. Per quanto riguarda il fondamento dell’attacco all’Afghanistan, la natura della missione ISAF nel corso degli anni è mutata, passando nel 2003 sotto il comando NATO a sostegno dell’Enduring Freedom statunitense. Si può inoltre fare un piccolo bilancio. Tra gli attentatori dell’11/9/2001 non c’era nessun afghano. Il regime talebano, accusato di fiancheggiare Bin Laden, (che troverebbe rifugio nei monti del Pakistan, alleato statunitense) si finanzia coi proventi dell’oppio. A sei anni dall’invasione dell’Afghanistan, i talebani non sono stati debellati, Bin Laden, che poteva essere catturato con un operazione di intelligence, è ancora libero, l’oppio prospera più di prima. Sul tema della fedeltà alle allenze, è necessario distinguere tra fedeltà e appoggio incondizionato: la maggiore presenza di truppe europee in Afghanistan e basi militari come la base Dal Molin di Vicenza sono funzionali all’Amministrazione Bush per spostare più soldati in Iraq e ai fini della prossima offensiva afghana. Infine non ci si dilungherà sul concetto, discutibile eticamente e giuridicamente, di “esportazione della democrazia”, specie se funzionale agli interessi economici, politici, geostrategici e legati alla ricostruzione statunitensi . I fondamenti della missione, già dall’inizio discutibili, lo sono ora ancora di più; analogo discorso vale per la situazione afghana; diversamente dall’appello alla fedeltà alle storiche alleanze, usato come ragione per la permanenza, si potrebbe quindi fare appello, a favore del ritiro, a un’altra coerenza: quella con il già avvenuto ritiro dei soldati dall’Iraq e con il ripudio costituzionale della guerra (art. 11). Alle missioni di pace servono ospedali, infrastrutture, finanziamenti, che possono essere protetti da un contingente militare: ma ciò ho poco o nulla a che fare con “offensive primaverili”. Il primo passo per una “conversione” della missione ISAF come intervento realmente umanitario e di pace non può che essere quindi il ritiro del contingente italiano, per cui c’è un appello online.

mercoledì 28 febbraio 2007

ECONOMIE DI DISTRUZIONE DI MASSA: alcune ragioni economiche del possibile attacco USA all'Iran

Indiscrezioni di questi ultimi giorni della stampa angloamericana (tra cui New Yorker, Indipendent) riferiscono che sono allo stato avanzato i preparativi per un attacco militare all’Iran. Un possibile intervento aereo sugli stabilimenti nucleari iraniani non sarebbe che uno sviluppo di quella “guerra fredda” che gli USA e Israele stanno conducendo ormai da tempo con l’Iran.Dalle provocazioni verbali iraniane sul nucleare e sull’esistenza di Israele, cui gli USA hanno risposto con sottili minacce e con la propaganda sulle intenzioni di un attacco nucleare iraniano, si è passati all’autorizzazione statunitense di uccidere agenti iraniani in Iraq. Tuttavia, al di là di questi screzi e di una potenzialità nucleare sottovalutata dagli stessi Israeliani, il reale movente di un possibile attacco all’Iran va cercato anche in motivazioni economiche.W. J. Clark, nel saggio del 2003 “Revisited: the real reason for the upcoming war with Iraq“, cita come ragione macroeconomica dell’attacco all’Iraq la volontà di riportare il dollaro come moneta di scambio, sperando di contrastare l’intenzione, espressa nel 2000 da paesi dell’OPEC come Iran, Iraq e Venezuela (che subì un colpo di stato nello stesso anno), di scambiare petrolio con l’euro; l’euro, infatti, oltre ad essere svalutato in maniera minore del dollaro, è la moneta della maggior parte dei paesi che scambiano petrolio con l’Iran. In questa direzione si inserisce inoltre l’intenzione del governo iraniano di aprire una borsa petrolifera alternativa alle due statunitensi. E’ chiaro che la riconversione petrolifera in euro intensificherebbe la crisi economica statunitense.Un secondo ordine di considerazioni sulle ragioni economiche alla base della scelta di attaccare l’Iran si fonda proprio sull’”economia di guerra” statunitense. Infatti, l’escalation terroristica in tutto il mondo che seguirebbe all’attacco iraniano non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco della propaganda dell’amministrazione Bush, legittimando ulteriori mire militari e favorendo sempre di più il passaggio, come lo definisce il Los Angeles Times, dalla new economy a una war economy come quella statunitense.Paradossalmente gli introiti dell’industria bellica, oltre ad essere il movente degli USA, possono costituire un ostacolo all’attacco, dato da Russia e Cina. L’opposizione delle due nazioni alle sanzioni nei confronti dell’Iran si fonda infatti sui cospicui scambi energetici e militari che Russia e Cina intrattengono con l’Iran.Se dietro ai piani di guerra all’Iran, al di là molte altre ragioni geopolitiche, sta lo spettro di motivazioni economiche, è chiaro che il problema vada affrontato alla radice, non solo tagliando il legame tra rilancio dell’economia, occupazione e sviluppo bellico (si pensi alla propaganda dei “centinaia” di nuovi posti di lavoro che fornirebbe la base Dal Molin di Vicenza), ma anche con un opera continua di smilitarizzazione e riconversione a scopi civili di aree e fondi stanziati a spese belliche (come nella Finanziaria 2006).

"TU VUO' FA' L'IRANIANO..": i rapporti tra Italia e Iran tra pacifismo e interessi dell'ENI

Stamane A. Larijani, negoziatore iraniano sul nucleare, ha dichiarato di aver ricevuto da R. Prodi delle idee per una soluzione pacifica del contenzioso sul nucleare iraniano. Questo fatto può essere visto non solo come un ulteriore testimonianza dell'impegno pacifista dell'Italia in sede internazionale, ma anche dei buoni rapporti diplomatici che in questi mesi il governo Prodi ha tenuto con l'Iran.
Ma fermarsi a queste considerazioni sarebbe una lettura superficiale della questione. L'Italia infatti, come affermato dal premier francese De Villepin, ha conoscenze approfondite della repubblica islamica, che le consentono di sapere come gestire anche la spinosa questione del nucleare: una conoscenza approfondita data dal fatto che l'Italia costituisce "il primo partner commerciale" di Tehran.
L'Iran è il tra i primi cinque produttori mondiali di petrolio, che viene gestito, (analogamente a quanto avveniva in Iraq prima della svolta liberista attuata dal protettorato statunitense) su controllo statale; ciò comporta che gli affari dei privati stranieri in questo settore sono vincolati a ragioni politiche; l'Italia è molto attiva nell'import di greggio e gas e nell'export di macchinari industriali di cui la repubblica islamica necessita. A conferma degli ottimi rapporti commerciali tra i due paesi si pensi alla fondazione di una Camera di Commercio Italo-Iraniana nel 1999 e all'accordo, nel 2001, tra la Banca iraniana Bank Markazi e l'UBAE Arab Italian Bank, joint-venture arabo-italiana per il finanziamento delle importazioni iraniane dall'Italia.
Non si vuole qui entrare nel dettaglio dei numerosi interscambi economici tra Italia e Iran, che investono i settori più svariati, ma concentrarsi su un'azienda italiana che si è distinta in questi anni nell'impegno commerciale estero: l'ENI, basti pensare a Nassyria o a all'Iraq.
L'ENI è attiva in Iran in due giacimenti, uno petrolifero e uno a gas. Benito Li Vigni, ex dirigente ENI e autore del libro "Le guerre del petrolio", descrive così in un'intervista gli interessi dell'ENI in Iran: "siamo stati i primi ad avere concessioni Buy-Back . Questo tipo di contratto prevede che la società petrolifera che trova un giacimento, nel nostro caso sempre l'Eni, può tenere per sé il ricavato della vendita del greggio fino a che non copre i costi che ha sostenuto per la ricerca, e dopo può trattenere solo il 25 per cento dei ricavi, dando il restante 75 per cento allo Stato. In Iran vige il Buy-Back e il PSA è bandito", aggiungendo che in caso di attacco all'Iran "l'Italia perderà con tutta probabilità i suoi giacimenti".
Risulta ora più chiaro come l'impegno dell'attuale governo Prodi a stemperare i toni della crisi e le sanzioni all'Iran vada ben oltre il ripudio italiano della guerra espresso dall'articolo 11.
Ma c'è un'altro aspetto interessante della questione: l'Italia, non smettendo di intrattenere, tramite l'ENI, rapporti commerciali con Tehran, viola l'ILSA, l'Iran-Libya Sanction Act, reso legge dall'amministrazione Bush nel 2001, che imporrebbe sanzioni a chi contribuisse a sviluppare le risorse petrolifere iraniane e libiche, contribuendo indirettamente a favorirne tramite l'arricchimento, l'ascesa al nucleare.
L'impegno "pacifista" dell'Italia nella crisi iraniana si pone così in linea con Russia e Cina: tutti paesi che avrebbero da perdere molto economicamente nella prospettiva di un attacco all'Iran. Le ragioni economiche si pongono così come movente ma anche come potenziale deterrente sulle sorti di un conflitto.

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venerdì 23 febbraio 2007

UN SECOLO D'ODIO: i soldati, carnefici e vittime della guerra

C'è un solo elemento che accomuna le parti in conflitto nella (o nelle) guerra civile iraquena: l'odio per l'esercito occupante. E alla luce di fatti come questi non c'è poi da stupirsi. Il sergente Paul Cortez, 24 anni, è stato condannato a 100 anni di reclusione per lo stupro di una ragazza di 14 anni e la strage della sua famiglia, padre, madre, e sorella di 7 anni. La confessione del sergente gli ha fatto evitare la condanna a morte, ottenendo inoltre, grazie al patteggiamento, la possibilità di libertà condizionata tra 10 anni. Le accuse di strage, stupro, violazione della propietà privata, cospirazione criminale, incendio doloso... gli sono state attribuite sulla base dei fatti del marzo 2006, quando Cortez e altri 4 soldati decisero di assalire la famiglia della ragazza, scelta per la presenza di un solo uomo. Dopo la violenza di gruppo, il corpo della ragazza viene bruciato per nasconderne la violenza e i familiari uccisi. Le altre condanne già stabilite ammontano a 90 anni per un altro compagno di Cortez e la radiazione dall'esercito per tutti i partecipanti alla strage.
Dei molti casi di violenza gratuita nei confronti della popolazione iraquena e afghana, in questi anni sono saliti alle cronache solo i più cruenti, per dovere di cronaca o forse più per vojeurismo di cronaca. Basti pensare alla profanazione di cadaveri e ostentazione di simboli del Terzo Reich da parte dei soldati tedeschi in Iraq, o la cremazione (vietata dall'Islam e dalle convenzioni di Ginevra) di talebani da parte dell'esercito USA, fino ai casi più noti di Abu Ghraib e Guantanamo. Tutta una costellazione di violazioni dei diritti umani che sono esiti "naturali" di quella zona franca del diritto, e dell'umanità, che è la guerra. Dall'innanuralità di un'umanità che uccide sè stessa non possono che seguire casi come questo, in cui la distinzione tra vittime e carnefici sfuma, fino a diventare nulla.
Soldati pescati in situazioni di disagio sociale ed economico, in cui la guerra rappresenta l'unica speranza concreta di occupazione, di rivalsa sociale, come mostra emblematicamente M. Moore in Fahrenheit 9/11: i figli dei senatori USA non vengono certo mandati al fronte. Soldati carnefici e a loro volta vittime, come mostrano l'impennata del tasso di suicidi dei marines in Iraq, di problemi mentali, e i casi crescenti di diserzione.

giovedì 22 febbraio 2007

B(ENI) IRAQUENI: appello online contro la svendita all'ENI del petrolio iraqueno

La storia inizia il 1° maggio del 2003, con l'insediamento alla guida dell'Iraq del proconsole statunitense Paul Bremer, dopo la deposizione di Saddam Hussein. Bremer costituisce la Coalition Provisional Authority (CPA, ora dissolta) che vara il nuovo assetto costituzionale iraqueno, composto tra l'altro di 100 ordinanze (orders) per la ricostruzione del sistema economico iraqueno e la gestione delle sue risorse.
Il leit motiv della nuova politica economica iraquena, come emerge dalle ordinanze, è la privatizzazione delle risorse di stato, non escluso il petrolio, che verrà prodotto e distribuito da multinazionali, sopratutto statunitensi, facendo quindi le veci della compagnia petrolifera di stato iraquena. Grazie al PSA, il Production sharing agreement, letteralmente "accordi di condivisione della produzione", il monopolio del greggio iraqueno sarà delle multinazionali estere per i prossimi 30 / 40 anni, con perdite da 2 a 7 volte il budget nazionale dell'Iraq. Ma c'è di più: a prender parte della svendita del petrolio iraqueno c'è l'ENI, ancora una volta all'apice delle cronache dopo il rapimento dei tecnici in Darfur e gli interessi a Nassirya.
E' per questo numerose ONG e associazioni, tra cui Un Ponte Per, CRBM, AMISNET (che avanza anche delle proposte su una gestione alternativa del petrolio iraqueno) chiedono di firmare la petizione online al ministro dell'economia Padoa Schioppa per chiedere che l'Italia, tramite l'ENI che è di proprietà statale per il 32%, si dissoci dal saccheggio delle risorse petrolifere iraquene.
Ancora una volta arriva la conferma che il sistema economico vigente, nel suo tentativo di monopolio delle risorse naturali, sta alla base dei conflitti mondiali, da cui si potrà uscire non solo con difficili manovre politiche (l'Italia ne è un esempio lampante), ma prima di tutto con la diffusione di un modello alternativo di sviluppo, come propone la Campagna per la riforma della Banca Mondiale.

domenica 31 dicembre 2006

SPEGNERE L'INDIFFERENZA: L'egemonia del diritto degli USA e la mediatizzazione di vita e morte

Se c'è un seguito ancora peggiore all'impiccagione dopo un processo farsa di un uomo è la mediatizzazione della sua morte. Sono due i dati che emergono da quest'ultima puntata del reality iraqueno. Il primo è che il diritto internazionale, come nasce dalle ceneri della 2° guerra mondiale, è definitivamente superato. Emblematiche a questo proposito sono le parole di Giuliana Sgrena, che in un editoriale apparso oggi afferma <<Bush ha definito l'esecuzione di Saddam una pietra miliare (...) di quale democrazia? Quella dell'occupazione, di Abu Ghraib, dei massacri quotidiani, dell'illegalità, dei rapimenti, degli stupri (...) o quella del processo a Saddam Hussein (...) Perchè non si è voluto un tribunale internazionale?>>. Si possono aggiungere le leggi che legittimano la tortura, Guantanamo e i fatti legati a Nicola Calipari e Abu Omar. La vicenda di Saddam conferma definitivamente che le Nazioni Unite (UN) sono le Nazioni Unite d'America (UNA). Indicativo il fatto che anche in Italia, e non da posizioni estremistiche, si inizi a parlare, come fa Vittorio Zucconi sull'editoriale odierno su Repubblica, di un uscita da questa situazione di egemonia del diritto, che non può che partire da un processo a George W. Bush, con i capi d'accusa già formulati da tempo negli USA, come discusso su Harpers Magazine di Febbraio e Marzo e su The Nation di Gennaio.
Il secondo punto è il ruolo dei media, sempre più influenti nella formazione dell'opinione pubblica, come si è visto nella propaganda sulla guerra in Iraq. O per rimanere in Italia, basti pensare alla pubblicazione del video integrale dell'impiccagione sul sito di Repubblica o la macraba dovizia di particolari del TG1. Tutte informazioni ininfluenti a livello informativo, utili solo all'audience. C'è un fatto ancora peggiore, ancora più contro natura dell'umanità che uccide, viola i diritti di sè stessa: è l'umanità voyeur, abituè della morte dei suoi simili. Indifferenza e abitudine sono le vere armi di distrazione di massa. Un gesto semplice per rifiutare questa logica: la campagna spegnere i televisori.
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English abstract
The farce of the process to Saddam Hussein and its homicide are only the last one of the violations of the international right of the USA. The United Nations do not exist more, replaced from the United Nations of America. But Still worse it is the fact that television, newspapers... speaks about death with the criterion of audience. To be against indifference, let's turn off television.

mercoledì 27 dicembre 2006

CADERE SOPRA UNA POZZA D'OLIO #2: Lo sfruttamento petrolifero dell'Africa

Il rapimento in Nigeria dei tecnici italiani dell'ENI il 6 Dicembre e i recenti disordini in Somalia e Darfur, hanno riportato l'attenzione sulla situazione dell' Africa, continente caratterizzato dal paradosso per cui alla vastità e alla ricchezza delle risorse minerarie e petrolifere si accompagna tuttavia una situazione di estrema povertà, riassunta nella denominazione di "terzo mondo". Le "guerre dimenticate" in Africa, ovvero escluse dalla copertura mediatica, hanno tra le loro cause proprio il tentativo di monopolio delle risorse naturali. E' il caso delle Corporation internazionali che "giustificano il loro comportamento come legittima difesa, ma in realtà l´ipotesi del banditismo viene spesso usata per mascherare la natura politica delle aggressioni" come afferma Javier Gonzalez, responsabile di Amnesty Italia per l´Africa Occidentale. Il riferimento non è solo ai depistaggi mediatici di compagnie petrolifere come Agip e Eni, ma anche al caso di Ken Saro Wiwa scrittore e leader di un movimento politico non violento che fu impiccato dieci anni fa con otto attivisti con l'accusa di banditismo, imputazione tuttavia << voluta dalle multinazionali del petrolio a cui non andava giù la loro campagna contro al devastazione sociale e ambientale del delta del Niger>> come ribadisce Gonzalez. La ripartizione delle risorse naturali rimane una delle cause maggiori delle guerre, come affermato da Wangari Maathai. Il monopolio delle risorse naturali altrui alimenta non solo conflitti civili come si assiste in Africa, ma si configura come la nuova forma di colonialismo, nascosta sotto i propositi di missioni umanitarie o della guerra al terrorismo. A questo proposito sono necessari il rispetto degli standard internazionali dei diritti umani come chiede Amnesty, chiedendo di aderire all'appello per la crisi in Darfur, per le donne della Sierra Leone e i bambini del Congo, oltre che una collaborazione tra multinazionali e governi locali, affinchè la redistribuzione delle risorse possa contribuire al raggiungimento dei Millennium Development Goals delle Nazioni Unite entro il 2015. Sul sito della BBC la rassegna "Africa's year in pictures: 2006".
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Fonti e Info:

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English Abstract

The tragic news from Somalia, Darfur and Nigeria brings back the attention on the exploitation of the natural resources, especially of the oil, that it is cause of wars.

sabato 2 dicembre 2006

2/12: DAL MOLIN...ALLA GUERRA? la manifestazione vicentina contro la base militare USA

Oggi si terrà una manifestazione a Vicenza, sicuramente oscurata da quella di Roma e Palermo dell'opposizione di governo contro la Finanziaria, contro l'edificazione della più grande base Usa in Europa presso l'aeroporto "Dal Molin"(e la seconda in città oltre alla Ederle) con adesioni di gruppi politici, sindacali, cattolici, ma prima di tutto di cittadini, vicentini, italiani e statunitensi, oltre all'appoggio di Noam Chomsky e di Emergency. La protesta, oltre che per ragioni ideali di contrarietà alla militarizzazione del nostro paese, contraria all'impegno per la pace sancito dall'articolo 11 della costituzione, trova anche altre motivazioni.
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Come rilevato dagli studi effettuati dall'Ing. Vivian e dal Centro di studi di Bonn sulla Conversione in aree militari, la costruzione della base comporterebbe un impatto ambientale ed economico notevole sulla città, con consumi pari a "30.000 vicentini per l'acqua, 5.500 per il gas naturale, 26.000 per l'energia elettrica", tenendo conto della non sottoscrizione da parte degli USA del protocollo di Kyoto, che viene applicata alle basi, dove vige la legislazione statunitense. A questo si aggiungono le conseguenze economiche causate dalla diminuzione dell'insediamento vicino alla zona militare -per paura di attentati (l'attenzione per la vicenda della televisione Al-Arabiya ne è la conferma) e per l'inquinamento- con la conseguente svalutazione del 30% degli immobili, che significa meno entrate per il Comune, meno turismo, meno occupazione.
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Ma quel cui si assiste dietro il progetto è la corsa agli appalti: tra le 22 aziende finora in lista, aziende italiane e non, immobiliari e di altri ambiti, spicca quello di Telecom Italia. Le dichiarazioni beneauguranti sui fini unicamente "abitativi" dell'area, ricalcano quella "politica del sorriso" (di cui parla Andrea Licata dell'Università di Trieste), che nulla tuttavia esclude riguardo all'utilizzo della base, in funzione bellica, per il futuro, come confermano le dichiarazioni di un generale statunitense e le fonti statunitensi: il "Dal Molin" fa parte di un progetto europeo ai fini dell'invio di maggiori truppe in Iraq e Afghanistan.
La corsa agli appalti, e le ingenti somme stanziate dal Congresso americano per la costruzione dell'area, conferma come la guerra e tutto ciò che vi è legato, sia un fattore essenziale di possibilità e rilancio economico, la cui risposta non può che essere, come suggerisce Licata, quella di farsi sentire con azioni non violente di massa, come la manifestazione, il referendum previsto per ottobre e il boicottaggio economico e politico.
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Info:

venerdì 1 dicembre 2006

CADERE SOPRA UNA POZZA D'OLIO: la missione di peacekeeping a Nassirya e gli interessi dell' ENI

Si è conclusa oggi, con il gesto di rito dell'ammaiana bandiera, la missione di peacekeeping italiana in Iraq, località Nassirya. Nella giornata del 12 dicembre 2003, un attentato colpisce la base italiana, uccidendo, tra gli altri, 19 italiani, tra carabinieri, militari dell'esercito e due civili, un regista e un cooperante. Tre anni dopo, il 27 aprile 2006, è la volta di altri tre militari, dopo che il loro convoglio passa su una mina. Non passano 2 mesi che il 5 giugno 2006 per un altro attentato, nei pressi di Nassirya. La missione "Antica Babilonia" totalizza così tre anni di durata e 38 vittime, sullo sfondo della retorica bipartisan della politica, che è riuscita ad oscurare i fini nobili della manifestazione di pace per la Palestina del 18 novembre ma, sopratutto, non è riuscita a garantire il rispetto, fatto di silenzio, che si deve ai familiari delle vittime, che ora chiedono "verità sull'accaduto". Il metallo delle targhe ai loro caduti basta poco, tanto meno le piazze intitolate a loro nome in tutta Italia, come dimostrano le loro parole nel terzo anniversario del primo attentato, "cerco di trovare una giustificazione per quello che è successo ma non riesco a trovarla". Una giustificazione, per capire come si possa morire in una missione di pace.
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"Antica Babilonia": un nome non casuale, perchè l'obiettivo dichiarato della missione italiana era anche quello di salvaguardare le risorse archeologiche del paese, da parte di un paese, come l'Italia, talmente impegnato dall'iniziativa dal sacrificare i fondi dell' 8 per mille destinato al proprio patrimonio archeologico per destinarlo all'Iraq (vedi post). Ma si sa, la polvere da sparo puzza di zolfo...ma anche un pò di benzina. Non un pieno della punto, ma 5 miliardi di barili, dei 400 presenti sul territorio iraqueno . E' questa la quantità di petrolio che, in base a un accordo tra Saddam Hussein e l'Eni, risalente al 1997, interrottosi per la richiesta di Saddam Hussein della fine dell'embargo come contropartita, doveva essere sfruttata nella zona di Nassirya. La vastità dei giacimenti petroliferi iraqueni è emersa da uno studio commissionato dal ministero per le Attività produttive, che, sei mesi prima dell'inizio della guerra in Iraq, parlava di un "affare di 300 miliardi di dollari". E cosi' si scopre, grazie a un inchiesta di Rainews 24 del 13 maggio 2005, che l'Italia ha innovato il concetto di peacekeeping, includendovi la scorta di barili di petrolio e il sorvegliamento di centrali petrolifere, per conto dell'Eni, con la complicità del precedente governo, come esplicitamente dichiarato a Libero, il 21 gennaio 2005, da parte dell'allora Presidente della commissione Esteri Gustavo Selva: “Basta con l’ipocrisia dell’intervento umanitario (…) Abbiamo dovuto mascherare Antica Babilonia come operazione umanitaria perché altrimenti dal Colle non sarebbe mai arrivato il via libera”. L'attentato di Nassirya, come ha scritto il corrispondente del Sole24 Ore Claudio Gatti, non era diretto contro il nostro contingente militare, ma contro l'Eni, proprietaria della raffineria presso cui la prima base militare italiana era ubicata.
L'inchiesta ha dato forse la giusificazione ai familiari dei caduti, nero su bianco, con tanto di contratto. Contratto in forse, dato che l'occupazione dell'Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno fatto sì che le tre grandi concessioni all'Eni siano congelate.
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COSA POSSIAMO FARE:
  • guardate il reportage, è bello, impiega poco del vostro tempo e ci riguarda tutti, in quanto Italiani. Segnalo anche un altro reportage di rainews24, sulla guerra iraquena, intitolato "Falluja, la strage nascosta", sul bombardamento al fosforo a Falluja, di cui è in atto una sottoscrizione affinchè sia trasmesso in prima serata, da firmare on line.
Fonti:

giovedì 30 novembre 2006

GAME OVER: i "PAPPAGALLI VERDI", armi di mutilazione di massa

Oggi, alle ore 14, alla Camera dei Deputati, si è tenuta una conferenza stampa per la presentazione del disegno di legge per la modifica della legge 374/97 (messa al bando delle mine antipersona) al fine di estenderne la rilevanza anche alle cluster bombs, le bombe a grappolo. La proposta di legge, promossa dalla Campagna Italiana contro le Mine, ha raccolto le firme di deputati e senatori di maggiornaza e opposizione (Ulivo, Forza Italia, Rifondazione Comunista, Gruppo delle Autonomie, Verdi, Alleanza nazionale, Comunisti Italiani, Italia dei Valori).
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AZIONE ED EFFETTI DELLE BOMBE A GRAPPOLO
Le cluster bombs sono composte da un contenitore del peso di circa mezza tonnellata, che, sganciato da un aereo, si apre ad un'altezza prestabilita mediante una piccola carica e fa uscire, mentre cade, 200-250 piccole bombe contenute al suo interno, che scendono con un piccolo paracadute provvisto su ciascuna carica, per andare a fissarsi su veicoli militari in movimento, grazie a un sensore di cui sono dotate. Tuttavia, quando i sensori delle mine non trovano alcun bersaglio su cui posarsi, si disperdono sul terreno inesplose in una percentuale tra il 10 e il 30%, provocando non solo difficoltà di bonifica, data la vastità delle aree che ricoprono, ma anche la futura inagibilità dei terreni su ciui si posano (spesso coltivabili, gettando ancor più nella miseria interi villaggi).
Si pensi che l'area impegnata è un perimetro ovale di 1500-2000 metri per 500-700, e un bombardiere può trasportare fino a trenta contenitori e quindi colpire anche 7500 volte un territorio nello stesso momento. Ma il fatto più importante è dato dalla pericolosità per chi dovesse pestarle, date le piccole dimensioni, o addirittura toccarle con mano, come succede ai bambini che, attirati dalla forma a uccello delle cluster e dai colori sgargianti, le raccolgono per gioco o per rivenderne il metallo al mercato (non a caso in Afghanistan paese più colpito da questi ordigni, sono chiamati "pappagalli verdi", come raccontato nell'omonimo libro di Gino Strada), perchè provocano mutilazioni, o la morte istantanea.
Ma le cluster che disperdono piccole subminizioni, ovvero le CBU 89, sono solo un modello della collezione. Per avere un idea degli effetti letali sul corpo delle bombe a grappolo, si consideri che le CBU (cluster bomb unit) 26, utilizzate in Laos, contengono 670 munizioni della grandezza di una palla da tennis, ciascuna delle quali contiene 300 frammenti metallici. Se tutte le bombe esplodono, circa 200.000 frammenti d’acciaio sono sparsi su un’area della grandezza di qualcosa come 350 campi di calcio e la velocità d'urto dei frammenti produce onde pressorie all’interno del corpo che determinano danni ai tessuti molli e agli organi interni: un solo frammento che colpisce una persona può determinare rottura della milza o dell'intestino. E questi non sono effetti collaterali ma lo scopo per cui sono le CBU 26 sono progettate. La WDU-4, usata in Indocina, conteneva 6.000 freccette metalliche che venivano rilasciate poco sopra le teste delle vittime. Le CBU- 41 contengono submunizioni riempite con il napalm, e l’Honest John trasporta 368 bombette riempite con gas nervino sarin.
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IN EUROPA
La terribile eredità di questi ordigni, hanno spinto le Nazioni Unite a un appello per una moratoria immediata, con la revisione della Convention on conventional weapons, redatta da 100 stati. Nel frattempo il parlamento svizzero è impegnato nel sancirne il divieto, eliminando i 200mila esemplari di cluster bombs e in analoga direzione si stanno muovendo Belgio e Norvegia. La Campagna "Stop cluster munitions" chiede che questi ordigni siano equiparati alle mine antipersona e che siano messi al bando: secondo l'organizzazione non governativa "Handicap international", dal 1973 le cluster bombs avrebbero provocato più di 11mila vittime e 33 milioni sarebbero gli ordigni rimasti inesplosi sul terreno. Tuttavia sono 57, tra cui 11 in UE, i paesi che ancora le hanno, tra cui 32 (Tra cui Francia, Spagna e Inghilterra) che le producono: tra gli altri, l'Italia.
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DOVE SONO?
Moltissime sono le aree in cui sono diffuse, Laos, Vietnam, Cambogia, Sudan, Iraq, Kuwait, Yugoslavia, Kosovo, Etiopia, Cecenia ed Afghanistan (vedi la mappa interattiva). Ultimo arrivato il Libano: secondo fonti delle Nazioni Unite Israele ha lanciato oltre 4 milioni di bombe a grappolo nel sud del Libano in poco più di un mese di guerra e viceversa sono state lanciate in Israele, come afferma una denucia di Amnesty International.
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E IN ITALIA?
Secondo la Campagna italiana contro le mine "l’Italia non ha ancora ratificato il V protocollo della Convenzione sull’uso d’armi convenzionali (Ccw) che riguarda gli ordigni inesplosi e la bonifica dei siti contaminati.” Inoltre un'inchiesta di Rainews24 ha dimostrato che la Simmel Difesa , nonostante le dichiarazioni contrarie pubblicate sul sito, continua a esportare componenti di cluster. Grazie all'impegno di Campagna contro le mine e Rete Disarmo si è arrivati al Disegno di Legge per l’inclusione delle cluster bombs nel bando della produzione delle mine antipersona (legge 374/97).
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IL DIRITTO MINATO
Il protocollo del 2003 sui residui esplosivi delle guerre non basta più, secondo la Croce Rossa. L'uso Israeliano di bombe a grappolo, costituisce una violazione del diritto internazionale bellico, come affermato da Human Rights Watch. Le mine antiuomo sono state messe al bando da un trattato internazionale del 1997. Ma gli Stati Uniti e Israele sono tra i pochissimi Stati che hanno sempre rifiutato di sottoscriverlo. Le cluster sono infatti la versione moderna delle vecchie mine antipersona che, con il Trattato di Ottawa, del 1997 sono state messe al bando. Ma Nicoletta Dentico, della Campagna contro le mine, afferma che “Le leggi internazionali definiscono criteri chiari per ridurre al massimo i danni per le popolazioni inermi. Gli obiettivi permessi sono solo quelli militari, l’uso di armi indiscriminate è proibito. Dove sono finite le regole? Se il diritto è violato non vuol dire che è morto. [...] Dopo Ottawa, le cluster rilanciano il discorso sulle violazioni del diritto anche in condizioni di guerra. Spetta alla società civile di tutto il mondo far emergere la tragedia e imporre soluzioni”. Inoltre, secondo una testimonianza di un ex marines, le cluster bombs "Sono usate dappertutto. Se lei parlasse con un ufficiale dell’artiglieria dei marines, lui le darebbe la frase giusta, la risposta politicamente corretta. Ma per il soldato medio sono dappertutto. Se si entrava in una città, si sapeva che ci sarebbero state delle bombe a grappolo intermittenti. Le bombe a grappolo sono armi anti-uomo. Non sono precise. Non danneggiano gli edifici e i carri armati. Solo le persone e le cose viventi". Ma, a dispetto del fatto che le bombe a grappolo sono le armi più presenti negli arsenali degli Stati Uniti e della Nato, il 3 Dicembre 2001, al Parlamento Europeo, è passata una risoluzione che chiede l’immediata moratoria internazionale sul loro impiego.
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Info:
COSA POSSIAMO FARE